Un safari nella miniera d’oro /2: A Lugushwa, una tragedia
Il 15 dicembre 1993 quaranta clandestini, sorpresi a scavare all'interno della miniera d'oro congolese, sono finiti in prigione. Sono stati spogliati di tutto, picchiati a sangue e poi rinchiusi come sardine dentro un piccolo locale: in piedi, senza cibo, acqua e aria per tutta la notte.
Le guardie del lager erano rimaste sorde ai lamenti dei prigionieri. Così al mattino, aprendo la porta, i carnefici si sono trovati davanti all'inevitabile tragedia: tre detenuti erano già morti e altri otto erano in coma per asfissia.
In cerca di fortuna
Per il ministero pastorale di Natale, ero di turno con p. Giampiero Valenti. Completamente ignari dell'accaduto, stavamo raggiungendo Lugushwa proprio quando il funerale dei tre sfortunati si era appena concluso. Informati della tragedia, siamo andati subito a trovare gli altri otto moribondi, i quali, nel frattempo, erano stati trasportati dalla prigione al baraccone del pronto soccorso. Li abbiamo trovati stesi sulle brande in condizioni pietose.
Erano tutti giovani attorno ai vent'anni. Avevano raggiunto la miniera carichi di buona volontà, in cerca di fortuna. Uno di loro, che aveva già ripreso conoscenza, vedendo il nostro interessamento, ci ha chiesto dei vestiti per sé e per gli altri suoi compagni: infatti, avevano solo uno straccetto ai fianchi. Inoltre, il poveretto ci ha pregato di informare le loro famiglie circa la gravità dell'accaduto.
Appartenevano tutti alla tribù bashi del gruppo di walungu, a 350 chilometri da Lugushwa. Il triste avvenimento aveva scosso tutta la popolazione della miniera. Anche i gendarmi, per riscattarsi dal senso di colpa agli occhi dei sopravvissuti, avevano modificato la loro abituale durezza offrendo piccoli gesti di clemenza.
Lupo vestito da agnello
Poi, abbiamo parlato con gli altri 30 sopravvissuti, lasciati finalmente liberi nel recinto della malfamata prigione, a respirare un po' d'aria pura. Ci hanno spiegato di essere finiti in catene a causa dell'inganno ordito contro di loro da un meschino trafficante d'oro. Questi, presentandosi come un agente autorizzato dalla direzione mineraria ad assumere nuovi operai, li aveva mandati a lavorare all'interno della concessione aurifera, in prova, per la durata di un mese.
I giovani, all'oscuro dell'ambiente mafioso che gravita attorno al traffico dell'oro, sono caduti nella trappola. Quando hanno visto la gendarmeria avvicinarsi, avevano creduto che sarebbero stati assunti stabilmente... Solo quando la ciurma poliziesca ha cominciato a minacciarli e ammanettarli brutalmente, hanno capito con amarezza di essere stati ingannati a causa di "un lupo vestito da agnello".







