Un filone d’oro sotterraneo: Padre G. Tam e l’arte africana
Nel mondo c'è una linea invisibile che divide gli uomini e le donne in due gruppi. C'è chi sorride e guarda con serenità persone ed eventi. E c'è chi invece, serio, si preoccupa e vede il mondo nella sua complessità.
Al crocevia delle culture
Padre Andrea Tam fa parte del primo gruppo. Ha battute facili e vivaci. Gioca sull'etimologia dei vocaboli. Modifica le parole, oppure le interpreta per eccesso o per difetto. Fa sorridere e diverte i presenti. Lui, invece, rimane serio e replica con nuove trovate. Accompagna la voce con espressioni del viso e con l'eloquenza dei gesti. Fa scena e incoraggia il buonumore.
Nato nella Valtellina, non lontano da Chiavenna, ai confini tra Italia e Svizzera, padre Andrea ha imparato ad abitare nell'incrocio di lingue e di dialetti che l'ha abituato alla pluralità di culture. In Congo come missionario, esercita questa sua qualità e conosce l'arte africana tradizionale.
S'interessa delle credenze, delle tradizioni, delle pratiche e delle abitudini della gente. Raccoglie maschere, statuette e oggetti vari. Il suo nome di famiglia è Tam, che ricorda il tam-tam della foresta. Si fa voce, infatti, delle aspirazioni, della bellezza e del bene seminati nel cuore degli uomini e donne della cultura nera, molte volte ignorata.
Con gli occhiali abbassati
"Questa è una maschera bembe. Quella è una statuetta lega...": egli annuncia al principiante! Come un esperto, a prima vista attribuisce l'opera alla tribù di origine e ne apprezza l'antichità e il valore. La statuetta è un personaggio; la maschera presenta una storia; la rana è un simbolo importante per i baami (il gruppo di notabili lega).
Incontra le persone della tradizione, gli anziani, vere biblioteche viventi delle tribù. Con gli occhiali abbassati sulla punta del naso, interroga, si fa raccontare, ascolta, impara nomi e prende nota. Tutto deve essere capito nel contesto culturale: come l'opera d'arte è stata pensata nell'ambiente? Perché è stata fatta? Chi le ha dato un significato, e quale? Quale uso ne è stato fatto?
Chi si appassiona, passa dall'ammirazione estetica al sentire addirittura la forza misteriosa che emana e non lo lascia indifferente. Scopre che all'inizio c'è sempre il sacro. Il profondo senso di Dio, come un filone d'oro sotterraneo, fiorisce e si manifesta in tutta l'arte africana.
Negli anni scorsi, p. Andrea si è adoperato per la collezione etnografica africana presso il Museo d'arte dei missionari saveriani a Parma ed è stato di prezioso aiuto a Clémentine Faik-Nzuji, che ha elaborato uno studio su Le fonti del sacro nell'Arte Africana e 30 schede didattiche (Ed. CSAM, 2006).








