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Il Saveriano bresciano p. Sergio Targa, responsabile della Procura delle missioni a Roma, ha guidato la riflessione in occasione della Festa di S. Francesco Saverio che si è svolta a S. Cristo a Brescia, il 3 dicembre scorso, alla presenza di oltre 40 presbiteri e religiosi della diocesi. In un clima di serena amicizia, tutto si è concluso con la visita alle mostre dei presepi e del Bangladesh. A seguire il pranzo, preparato da Monica Bragaglio, cuoca della comunità, e servito da Silvia Alaimo, guardarobiera. Il focus dell’intervento di p. Sergio era proprio il Bangladesh e la figura del martire saveriano p. Valeriano Cobbe. 

P. Cobbe è stato ucciso a Shimulia il 14 ottobre 1974, dopo 12 anni di servizio. Era nato il 14 gennaio 1932 a Camisano Vicentino (VI). Infanzia povera, tanti fratelli, esperienza della guerra. A 11 anni entra in seminario e nel 1957 è ordinato presbitero a Holliston (Stati Uniti).

Nel 1962 raggiunge Khulna, nell’allora Pakistan Orientale. Scrive: “È quasi scoraggiante vedere tanta gente piena di fame e miseria a cui non si può neppure pensare di parlare di religione, perché il loro problema è quello di cercarsi un po’ di cibo. È consolante però trovarsi qui con gli altri confratelli. Qui si deve accettare anche il sacrificio di vedere la gente morire di fame, perché non si è in grado di dar loro il pezzo di pane di cui hanno bisogno…”.
A Baniarchor, villaggio di pescatori, è attento alle questioni spirituali della sua gente, ma non può dimenticare la loro immensa povertà. Pensa ad una cooperativa. L’atteggiamento che accompagnerà l’esperienza missionaria di p. Cobbe è alleviare per quanto possibile e condividere sempre la sofferenza della sua gente, alla quale mai si abituerà!

Nel 1967 arriva a Shimulia che è poverissima. P. Cobbe inventa un sistema di irrigazione mai visto né concepito fino ad allora. Si dà da fare, chiede soldi a destra e a manca. Si butta in un’attività frenetica al punto che dovrà fermarsi per un mese all’ospedale di Jessore per rimettersi in forze. Cobbe insiste. Non molla. Ad un amico scrive che due sono le possibilità per la sua vita: vivere una vita decente con i suoi poveri o morire con loro! Il primo pozzo viene installato nella seconda metà del 1968, ed è festa! Purtroppo l’alluvione di quell’anno viene a rovinarla.

Però, i frutti cominciano a vedersi e p. Cobbe diventa un punto di riferimento per la comunità. Carattere duro e a volte burbero, diventeranno proverbiali le sue arrabbiature come i suoi ceffoni che, all’occorrenza, non disdegnava dispensare. Uno di questi gli sarà eventualmente fatale… Ma rende coscienti i suoi poveri contadini; il lavoro era la sua disciplina, la stessa che egli esigeva inflessibilmente anche dagli altri. Nel 1971 si infuoca anche il panorama politico: scoppia la guerra di secessione tra i due Pakistan. P. Veronesi sarà ucciso il 4 aprile 1971 a Jessore: “Era il migliore di noi per la sua statura spirituale e la sua carità”. Il Bangladesh nasce dalle ceneri del Pakistan Orientale.

Dopo qualche mese in Italia, p. Valeriano rientra a Shimulia nel 1972, ributtandosi a capofitto nel lavoro. Scrive che tutte le attività (scuola, costruzioni, irrigazione...) gli costano soldi ed energie! Ogni giorno dà lavoro a mille braccianti. Questo però gli costerà la salute fisica… A Shimulia la fame è messa alla porta, ma si crea la fila di disgraziati che chiedono la carità dai villaggi limitrofi. La situazione politica è molto confusa: corruzione, omicidi politici vengono a sommarsi ad alluvioni e cicloni disastrosi. P. Cobbe si fa molti amici e altrettanti nemici, soprattutto tra coloro che si avvantaggiavano della povertà della gente. I sogni di giustizia pace e fratellanza sembrano scontrarsi con gli egoismi e gli interessi personali che schiacciano l’idea di bene comune e di comunità che aveva in mente.

Con la morte di p. Mario Veronesi, p. Valeriano sperimenta la solitudine. Era come la sua ancora, il confidente, colui che lo rassicurava e lo incoraggiava in scelte e azioni, colui che lo frenava e lo rimproverava, all’occorrenza. Diceva: “Io non mi sento un tecnico della FAO, anche se ho imparato a maneggiare soldi... La mia speranza è che la gente si accorga, in qualche modo, che Dio, attraverso la mia opera, si interessa di loro”. Tra dubbi, riflessioni e tormenti si arriva al 14 ottobre 1974. Prima di ritirarsi saluta suor Rosaria e le ricorda… “Se dovessi morire, seppellitemi vicino a p. Veronesi”. Sarà ucciso di lì a pochi minuti da una fucilata che gli trapasserà il petto!

L’annuncio cristiano che p. Cobbe vuole portare si fonde con il suo spendersi per la gente. Non è un santo da immaginetta! Aveva un carattere imperioso e impaziente. Fortemente disciplinato con sé stesso, esigeva una disciplina ferrea anche dagli altri. Qualche volta gli scappavano dei ceffoni! E si dice che la sua fine sia stata accelerata da uno schiaffone che gli scappò a un tal Abdul. Ma va ridimensionata anche questa dimensione del suo carattere. Il contesto richiedeva in qualche modo un tal comportamento! Il capo religioso era anche capo villaggio e in quanto tale gli era richiesto di esercitare e applicare la giustizia.
Muore a soli 42 anni, ma era già sazio di giorni. La sua vita è stata un consumarsi per il bene della gente. E questo è stato il suo martirio giornaliero.



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