Un cantico a padre Uccelli
Con san Giuseppe dalla Cina a Venezia
Il cantico descrive lo spirito che ha animato, da Barco d’Emilia alla Cina e a Vicenza, il servo di Dio padre Uccelli, in cinese “padre Fong”. Il maestro Fracasso l’ha musicato per coro.
Dalle impervie alture emiliane
errante, d’anime assetato
esile ombra senza requie
contempla orizzonti lontani
messaggero d’amore sogna
la vita arsa in olocausto
sulle orme dei martiri antichi;
sogna una folla sterminata.
La Cina con pagode e riti
ricca dei saggi di Confucio
di briganti e pene indicibili
sazierà le sue ardite brame.
Bimbi strappati dai rifiuti
gole riarse dalla febbre
la fame allacciata agli scheletri;
è Lui che passa: il Galileo.
Gente d’ogni razza ha l’intuito
e fiuta il soffio dello Spirito:
padre Fong è spinto dal Cielo;
il diavolo è vinto, beffato.
Un credente cinese gli svela
un protettore che non fallisce:
Giuseppe, il fabbro nazzareno,
chiave ad aprire ogni forziere.
Il tocco del sole d’oriente
ha duplicato in lui lo zelo
altre contrade ancora attendono
ansie, sventure, occhi in lacrime.
La terra veneta l’accoglie
forgiatore di araldi in erba.
Sull’entrata veglia il custode:
“Andate a Lui” è scritto e basta.
Da uno spiraglio della stanza
nel colmo della notte prega
fissa Cristo nel tabernacolo
e all’alba è là chino in ginocchio.
La saletta storica attende,
quanti hanno visto la sua mano
china sui capi a benedire
aspersi d’acqua della Fonte.
Quanti misteri nel groviglio
scovati degli animi umani;
voci sussurran di portenti
e primo il gaudio del perdono.
Fisso il rosario sul manubrio,
della mitica bici pronto in sella
sussurra: “Gesù Giuseppe Maria
restate con noi lungo la via”.
I ritrovi sono gli ospizi
gli amici, i sofferenti, i poveri,
i peccatori: gli incalliti.
“Ne combina sempre di belle”.
La pietra bianca lo racchiude
ma una fila mai gli dà tregua:
vogliono cingerlo d’aureola.
Fa un cenno e sorride dal sasso.







