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Abbiamo iniziato il 2000 con tanti bei momenti di vita. Uno dei più belli è stato dato dalla presenza tra noi, anche se solo per qualche sera, dei bambini ex soldato della Sierra Leone, che molti di voi avranno visto in televisione, accompagnati dal loro vescovo mons. Giorgio Biguzzi, nella basilica di S. Pietro per il Giubileo dei ragazzi. Li abbiamo visti vispi, allegri, gioiosi, buoni amici.

Anche ordinati e disciplinati. A guardarli a tavola quando mangiavano e come mangiavano, ci sembrava impossibile pensarli nella foresta, vestiti da soldati, obbligati alle atrocità della guerra. Fanno amicizia alla svelta e volentieri.

Poi improvvisamente se ne vedeva uno serio e pensieroso, distaccato dall'azione del gruppo, e ci si chiedeva: "A che cosa starà pensando? Che cosa passerà nella sua memoria?". Hanno bisogno d'affetto, quasi te lo chiedono con quei loro occhioni spalancati. Il loro tratto con il vescovo, che serviva loro la cena, era quello dei figli con il loro papà. Mangiavano con gusto il riso che mons. Biguzzi offriva loro, e uno commentò così al vescovo che lo serviva: "Bishop, loro non sanno - indicando noi curiosi che osservavamo il loro buon appetito - che cosa vuol dire essere Sierraleonesi".

Una delle bambine si era ammalata e fu ricoverata all'ospedale; solo un poco di malaria, ma i suoi compagni commentarono maliziosamente: "Fa apposta, vuol rimanere in Italia, dove crede di star meglio ... ". C'era anche la più piccola del gruppo, di appena 7 anni, portata via da casa dai guerriglieri perché sgranasse i fagioli nella cucina della foresta. Faceva pena al vederla al principio, ancora più dei ragazzi: piccola bambina! Ti guardava con i suoi occhi grandi e supplichevoli, ma appena presa confidenza era un gioiello di bimba. Faceva una bella risata quando la prendevi in braccio e la buttavi per aria.

Quando provò le mele che in Sierra Leone non ci sono, le piacque il sapore e pensò ai suoi di casa. Andò di corsa in cucina, e cori gesti fece capire che ne desiderava ancora, e la nostra brava cuoca gliene diede una, ma lei ne voleva di più. Alla quarta disse basta e vedendo che non ci stavano nelle manine, gliele mise in un sacchetto. Ritornò felice con il suo sacchetto e lo mostrò ai compagni i quali l'assalirono e rimase col sacchetto di plastica vuoto.

Non si perdette d'animo, ma ritornò in cucina, triste ma sicura che la cuoca avrebbe avuto compassione, e così fa. In inglese le diceva il perché nel volesse quattro, ma Tiziana l'inglese non lo sa. Il Bishop spiegò: dice che le vuole portare a casa da suo papà. Potessimo ricuperare tutti questi bambini, è il desiderio del vescovo . romagnolo di Makeni, e noi faremo di tutto per poterlo aiutare. Chi ci sta, si faccia avanti.



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