Ricordi, dopo tanti anni di Missione
Trentadue anni di missione, non sono pochi, specie se c'è sempre il desiderio di aggiungerne altri. Nel 1963, all'età di 29 anni, con l'entusiasmo di due anni di sacerdozio, con una nave mercantile sbarcai in Veracruz, Messico. Forse perché quei ricordi ritornano sempre nei miei discorsi, mi hanno chiesto di scriverli in una breve sintesi.
Nei ranchos messicani
Al principio ho lavorato attorno alla città di san Juan del Rio nei numerosi ranchos o villaggi agricoli, dove si respirava un ambiente idilliaco, con quell'armonia maturata dalla convivenza di grandi culture: maya, azteca, tolteca, taraumara, non ancora contaminate dal consumismo.
Il nostro primo obiettivo fu di formare i catechisti, inviandoli per almeno 6 mesi nella scuola di Queretaro. Le prime Comunione erano una grande festa. La liturgia domenicale era animata, con vestiti della prima comunione. La popolazione andava aumentando rapidamente, e le cappelle dei ranchos risultavano insufficienti; se ne costruirono delle più grandi, con la collaborazione di tutta la comunità: i muratori della domenica lavoravano gratuitamente, donne e bambini trasportavano secchi d'acqua dal fiume, scaricavano dai camion mattoni e cemento.
Così con la chiesa di mattoni si andava costruendo anche la Chiesa di anime come comunità d'amore. Alcuni villaggi erano annidati tra le montagne, inaccessibili con l'auto. Ci attendevano con dei cavalli ai piedi della montagna: la gente ci veniva incontro festosa, e si impegnava a prepararci pranzi saporiti, con mole, pollo, barbajoa, carnita de puerco, sempre con abbondanti tortillas, in un ambiente di convivialità e splendida familiarità.
Tra gli indios Nahuatls
Fin dai primi tempi ci si è preoccupati di avere un campo di missione tra i discendenti dei nobili Maya, gli indigeni Nauatls di s.Crùz e di Acoyotla, come scuola di pratica missionaria per i nostri novizi. Ricordo un Natale in Acoyotla, situata in alta montagna: scese un vento gelido, cadde la neve, e la temperatura si abbassò a 12° sotto zero, bruciando il raccolto del caffè. Le foglie degli alberi ancora verdi erano coperte di ghiaccio, che si poteva staccare come fotocopia perfetta. Con quel clima inusuale la gente, per non morire di freddo, doveva restare nelle capanne attorno al fuoco. La missione distribuì coperte ai più poveri.
Ricordo una bambina di 9 anni, inviata dai genitori a raccogliere un paio di coperte, giunse calzando una sola scarpa, mentre il piedino nudo lasciava sulla neve un’orma rossa di sangue: si era ferita senza accorgesene.
Attività scolastiche
La porta di ingresso in Messico per i Saveriani fu il Collegio di Mazatlan, nato per invito di famiglie cattoliche della città. Attualmente ha 2.500 alunni, tra i 5 e i 17 anni. I professori, per mantenere un alto livello accademico, sono impegnati ad una continua attualizzazione professionale e ad una formazione religiosa.
Vi sono stato chiamato prima come insegnante di matematica, poi come direttore dei 950 bambini delle elementari, in un ambiente di convivenza gioiosa, secondo il motto: "se non vuoi perdere il tuo sorriso regalalo".
Tra gli afro-americani di Buenaventura (Colombia)
Sognavo di fare esperienza di missione in Amazzonia, invece negli anni 79-80 fui inviato in Colombia. Arrivando al porto di Buenaventura, mi sembrava di trovarmi in centro Africa: 350.000 abitanti, con oltre il 90% discendenti degli schiavi africani dei secoli precedenti.
Scappati dalla malaria dei fiumi, sono emigrati al porto di Buenaventura, con il miraggio di trovare casa e lavoro: la maggior parte ha dovuto arrangiarsi a costruire le proprie baracche su palafitte nella zona lacustre che la bassa marea forma attorno all'isola. L'Oceano Pacifico si trova a 20 Km. Attorno all'isola migliaia di. stradine formate da instabili ponti di legno.
Le immondizie sono gettate sotto quei ponti per guadagnare terra al mare, risultando un ambiente irrespirabile. Per tendere la mano a questi fratelli, si sono organizzate delle comunità di pescatori, dando loro lance e motori, perché possano moltiplicare i pesci nei piatti dei più poveri.
Tra los cholos del Rio San Juan
Qui ho avuto la fortuna di conoscere un ambiente paradisiaco, apportando periodicamente la mia presenza sacerdotale nella missione delle suore Tereziane Cappuccine nel Rio San Juan. Ci si arriva navigando 16 ore per l'Oceano Pacifico, con barche simili ai nostri pescherecci adibiti al trasporto legname.
A fianco degli afro-americani c'è una comunità di indigeni Noanamas, o Cholos, che vivono ancora nello stato naturale. Conservano le loro credenze: pensano di avere tre anime, mentre le malattie, causate dallo spergiuro, possono far perdere qualche anima. Per recuperarla non è sufficiente la medicina delle suore, ma devono ricorrere allo stregone perché tolga loro il maleficio. Come tomba usano la canoa al margine del fiume, perché il morto risuscitando possa attraversare all'altra sponda.
Il missionario non ha fretta di battezzare, e cerca di far vibrare la gente con la propria ricchezza umana; verrà il momento di offrire la luce del Vangelo. Un giorno due anziane donne, malate di tubercolosi, misero ad osservare la cerimonia religiosa. Alla fine commentarono con la suora dottoressa: "Que lindo, che bello: ascoltare las alabanzas de Heuandama (le lodi di Dio) nel vostro splendido villaggio!".
Chiaramente non si trattava dello spagnolo, ma del linguaggio dell'amore: le suore con tante attenzioni riuscivano a regalare loro le carezze di Dio.
Il ritorno
Nel luglio '95 dopo 32 anni un aereo mi riportava in patria. In questi anni il Messico è passato da 32 a 90 milioni di abitanti. All'inizio eravamo là appena una dozzina di Saveriani italiani: attualmente si sono aggiunti oltre 80 Saveriani messicani tutti giovani. Sono proprio essi il dono più bello e prezioso, perché oltre ad evangelizzare il Messico, formano una Chiesa missionaria che già manda i suoi figli ad evangelizzare altri popoli.








