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Tra i musulmani dell’Indonesia, Intervista a p. Bruno Orrù

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Padre Bruno Orrù, originario della diocesi di Iglesias, è missionario in Indonesia da 28 anni. Ha lavorato in varie missioni e ora è impegnato nella formazione dei giovani indonesiani che si preparano a diventare saveriani. Recentemente è tornato in Sardegna e l’abbiamo intervistato.

Cosa ricordi di Macomer?

Appartengo alla generazione delle Casermette a Banu Trau, degli apostolini che venivano da Tortolì. Sono del primo gruppo che a luglio del 1950 è entrato nelle Casermette e per due mesi ha pulito i pavimenti con olio di gomito e acido muriatico, perché ancora non erano state abitate. Erano anni da “pionieri”, anni di grandi sacrifici.

Ma avevamo esempi splendidi nei padri Stocco, Berdini, Chiari, Facchinello, Ibba, fratel Raimondi e, in seguito, Danieli Romano, Angius, Rovedatti. Ho studiato con i padri Ibba, Piras, Cambiganu, Piredda, Spina, Meloni. Conservo un bel ricordo delle mamme di famiglia che ci aiutavano nel lavare la biancheria. Qui a Macomer ritorno alla sorgente della mia vocazione, dove ho sentito parlare per la prima volta della missione in Indonesia.

Ci sono già vari saveriani indonesiani: il segreto?

Il gran numero di vocazioni dipende da una scelta importante. Abbiamo chiuso alcune missioni per permettere a bravi missionari di dedicarsi alla formazione dei giovani studenti. Ora, dopo una decina di anni, abbiamo già alcuni indonesiani che collaborano con noi nella formazione. Padre La Nike è con me nel noviziato; p. Rubianto è nella comunità di filosofia; p Sutiyo è inserito nell’animazione vocazionale. Abbiamo fatto la scelta di una formazione accurata e selettiva, anche se comporta molti anni di preparazione. Ormai anche la chiesa indonesiana è diventata una chiesa missionaria: infatti, invia missionari in tante parti del mondo.

Come vivono la religione i giovani indonesiani?

I giovani indonesiani hanno una mentalità molto aperta. Le nuove generazioni cambiano velocemente, ma restano radicate alla loro cultura e allo spirito religioso. La religione è l’anima del popolo; non fanno niente senza pregare. Gli indonesiani che studiano nelle scuole cristiane restano affezionati e vivono le idee imparate a scuola. I giovani, musulmani e cristiani, sono generalmente aperti al dialogo, alla tolleranza, alla democrazia e alla giustizia. Anche i musulmani ora cercano di imitare il nostro modello scolastico.

E come va la politica?

L’Indonesia non ha mai conosciuto la democrazia nella sua storia. È vissuta per secoli sotto i sultani e sotto gli olandesi; poi sotto le dittature di Suharto e Sukarno, che hanno favorito la corruzione. Lo scorso settembre per la prima volta la nazione ha eletto il presidente con plebiscito popolare; ora sta assaporando gli inizi di una democrazia. Anche i musulmani vivono conflitti interni tra moderati e integralisti. Dal nuovo presidente ci si aspetta una sana politica di rinnovamento. Fra i ministri del governo ci sono due cattolici e un protestante, anche se il ministro degli affari religiosi è un musulmano “Ulema”.

Che futuro ha la chiesa?

La chiesa cattolica è stata sempre ammirata per la sua disciplina e coerenza di principi, anche tra i laici. L’impegno della chiesa nell’educazione scolastica, la cultura giornalistica e la carità universale è garanzia per un buon avvenire dei cristiani in Indonesia. La stampa cristiana è all’avanguardia anche nei quotidiani, come Kompas e Jakarta Post. Sono stati i cattolici a diffondere i primi giornali. L’unica rivista filosofica è diretta dai gesuiti. I giornalisti hanno educato le nuove generazioni alla democrazia, alla tolleranza e al dialogo. Ora anche i musulmani cercano di imitare i cattolici, con una editoria di qualità e a buon prezzo.



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