Sierra Leone, anno 399: Non è più come prima
Ma i miracoli avvengono ancora
Kambia, 8 maggio 2004. Mi trovo nuovamente in Sierra Leone, dopo il mio riposo in Italia. Voglio ringraziare tutti coloro che hanno reso più belli i tre mesi trascorsi in Italia. Per dire la verità, ho sofferto molto il freddo; ma il calore della vostra amicizia e del vostro affetto mi ha fatto dimenticare il clima così diverso da quello africano. Grazie per la vostra amicizia, le preghiere, i doni e per tutta la gioia che avete procurato a me e che è stata ridistribuita tra i bisognosi.
Sono partito da Roma per Freetown, via Bruxelles. In aereo ho trovato due sacerdoti, una suora e un medico, tutti della diocesi di Albano. Anche loro andavano in Sierra Leone. Hanno in progetto di costruire un ospedale a Makeni.
A Kambia, il luogo del sequestro
Ho passato una decina di giorni a Lungi, Freetown e Makeni. Ho visto e salutato quasi tutti gli amici. A Makeni ho incontrato il superiore dei saveriani, che mi ha dato la nuova destinazione: Kambia, 175 chilometri a nord di Freetown. Devo confessare che i sette anni passati a Lungi, vicino alla capitale, sono stati molto difficili, sia per la guerra sia per la gente della tribù susu, musulmani rigidi, sia per tanti altri problemi. Comunque ringrazio il Signore di tutto, anche delle sofferenze.
A Kambia avevo già trascorso due anni, dal 1963 al 1965. Questa volta mi accompagna p. Piero Lazzarini, il mio parroco. Ci sono volute 4 ore di strada pessima. Arriviamo a sera. Il giovane factotum della missione ci ha fatto trovare la cena pronta: un po’ di riso, un pezzetto di pane e molta acqua, due grosse bottiglie. Una cena quaresimale!
Sono rimasto male nel vedere Kambia dopo tanti anni. La ricordavo come una cittadina ordinata, con strade asfaltate, acqua corrente, corrente elettrica, un bel numero di case a due piani, l’ufficio postale, la stazione di polizia, gli uffici. C’era persino un piccolo aeroporto... Ora le strade sono senza asfalto e piene di buche; niente acqua; niente luce; novanta per cento delle case distrutte dai ribelli durante la guerra... A proposito, proprio da Kambia i ribelli avevano rapito le sette missionarie saveriane e, più tardi, p. Vittorino Mosele. La casa dove abito era stata incendiata; poi è stata riparata. Kambia è capoluogo di distretto. Ma non esito a dire che è l'ultimo tra i distretti della Sierra Leone. Siamo privi di qualsiasi mezzo di comunicazione; il telefono è un sogno. Kambia è veramente cambiata, in peggio!
L’anniversario dell’indipendenza
Il 27 aprile del 1961, la Sierra Leone è stata dichiarata indipendente. Io sono arrivato qui sette mesi dopo. Allora era la Sierra Leone vera. Ora non più! Dovrei vivere almeno cent’anni per vedere la bella Sierra Leone che trovai al mio arrivo, il 21 novembre 1961. Naturalmente, questo avverrà solo se tutti i cent’anni saranno davvero impegnati per farla progredire...
Tante volte ritorno con la mente a questi anni di indipendenza e mi chiedo: si stava meglio quando si stava peggio (sotto gli inglesi)? Penso a tante distruzioni, ai morti, agli amputati, agli sfollati che hanno perso tutto, alla gioventù rovinata per sempre (ribelli e ragazzi soldato), a una cultura che non è più quella di prima, ai tanti valori tradizionali perduti... Si stava meglio quando si stava peggio?
Prima del 1961 non si era liberi. È vero. Ma tutto quello che è successo dopo, è vera libertà? Eppure, succedono cose straordinarie, miracolose. Come l’8 maggio del 2004, quando è venuto in Sierra Leone il cardinale Giuseppe Tomko e ha ordinato sacerdoti quattro giovani della diocesi di Makeni. Questi avvenimenti ci ricordano che “nulla è impossibile a Dio”.
Se la nazione è come le sue strade...
Mentre voi in Italia cercate un po’ di ristoro, noi qui siamo nel periodo delle piogge e ne avremo ancora per qualche mese. Poi verrà la stagione secca, con sole rovente, polvere e afa... Intanto piove e le strade sono diventate impossibili. Non avevo mai visto strade così mal messe. Si viaggia tra crateri pieni d’acqua e fango. Tante macchine ci restano piantate!
Con padre Piero siamo andati a Freetown: 175 chilometri di strada. Nei 70 chilometri prima della capitale c’è l'unica strada asfaltata decente in tutta la Sierra Leone. Ma gli altri 100 chilometri sono in pessime condizioni. Ci sono volute sette ore di viaggio. Da oltre dieci anni nessuno si interessa più delle strade.
Le strade sembrano l'immagine della Sierra Leone di oggi. Va male. Non è facile sanare le ferite di dieci anni tremendi di guerra. La corruzione è tanta. La miseria della gente sembra crescere invece che diminuire. Del governo non si sente parlar bene. L’educazione va giù: le scuole mancano di tutto e i maestri sono senza paga da mesi...
Si sente nell'aria che la gente non è contenta. C’è paura che possano succedere i fattacci di prima e nuove sofferenze. Noi missionari andiamo avanti cercando di portare speranza. Cerchiamo di incoraggiare, di aiutare anche materialmente, quando la Provvidenza ci fa arrivare qualcosa. Che il buon Dio ci aiuti.
La mia preghiera di Natale
Nonostante tutto, siamo fiduciosi e andiamo avanti con la grazia di Dio. Ormai è Natale. Dio ci ha amato così tanto da mandare nel mondo il suo Figlio. È diventato uno di noi. Ha vissuto la nostra vita e ci ha dato la sua. Lo troviamo nella povera stalla, Bambino in braccio alla Mamma. Lei lo dona a noi.
Questa è la mia preghiera:
“O Madre santa, fa’ che il nostro cuore sia aperto, pronto a ricevere Gesù, ad amarlo e a farlo conoscere da tanti fratelli e sorelle nel mondo intero.Troppi uomini e donne non capiscono ancora il suo amore e vivono nell’indifferenza e nell'odio. Ma Dio, nostro Padre, ci ama. Aiutaci a capire che Dio è amore! Amen”.








