Filippine, Il ruolo della chiesa
Quattro secoli di evangelizzazione hanno fecondato la cultura filippina. Oggi, anche per l’osservatore più distratto, la Chiesa cattolica fa parte integrante della vita del Paese. Il popolo conserva e celebra la fede in innumerevoli occasioni e tradizioni. I segni del cattolicesimo caratterizzano il paesaggio filippino, nei villaggi come nelle città I valori del Vangelo formano i sentimenti individuali e segnano gli atteggiamenti sociali. La Chiesa cattolica appare come l’istituzione sociale meglio funzionante e riscuote tutta la fiducia della gente. I mezzi di comunicazione la rispettano. “Quattro secoli di convento e mezzo secolo di Hollywood”: così i filippini riassumono la loro storia: prima la rigida dominazione spagnola, poi la benevola colonizzazione americana. La cattedrale di Manila, distrutta sei volte da tifoni, incendi, terremoti, guerre, e altrettante volte ricostruita può essere considerata il simbolo di questo popolo radicato nella fede in Cristo. La Chiesa delle Filippine conta l’83% della popolazione (66 milioni) nel gregge cattolico, unico Paese asiatico a maggioranza cristiana. Quasi tutti i sacerdoti sono di razza filippina; le suore, quasi 10 mila, sono in maggioranza native. A distanza di 400 anni, la Chiesa filippina ha allargato il suo impegno di evangelizzazione anche fuori dai suoi confini, rispondendo così all’appello lanciato da Papa Wojtyla nell’ultima sua visita (1995): “Per secoli la vostra Chiesa ha ricevuto missionari e aiuti. Da oggi in poi siete voi a dover dare”. Oggi sono più di 1000 le missionarie e i missionari filippini che operano nei vari Paesi dell’Asia e in altri continenti. La religione popolare svolge un ruolo importante nella pratica religiosa. Come pure il coinvolgimento dei credenti nella sfera sociale. A Tondo, il quartiere sorto attorno alla “Montagna fumosa”, dove vengono scaricate le immondizie d’una megalopoli di 12 milioni di abitanti, i missionari Canossiani tentano una loro diagnosi: “Qui vivono un milione di persone, sotto la soglia minima della povertà (625 pesos al mese: 40 mila lire). La dissenteria e la tubercolosi sono di casa. Un puzzo orribile e la ricerca quotidiana di selezionare qualcosa tra i rifiuti. Tutti dicono che nelle Filippine sta per cominciare il benessere, e sarà pure vero. Ma quando mai arriverà fino a Tondo?”. Da una trentina d’anni si stanno sviluppando le Comunità Ecclesiali di base. L’educazione attraverso le scuole ha formato numerosi laici fedeli e competenti. Oggi la sfida maggiore per la Chiesa è rappresentata dall’invasione delle sette fondamentaliste di origine americana. Predicando una religiosità disincarnata, esse si fanno strada facilmente negli ambienti degradati e senza speranza delle periferie urbane, come pure nei circoli elitari della borghesia cittadina. Verso il potere politico la Chiesa mantiene in genere un atteggiamento di collaborazione critica. Il mite, ma franco, arcivescovo di Manila, il cardinal Jaime Sin, afferma sorridendo: “Io sono pastore di anime, e debbo sorvegliare che nessuno distrugga il mio gregge. C’è chi vorrebbe confinarmi solo in sacrestia. Questa manovra non è riuscita al dittatore Marcos, figurarsi se qualche altro potrà attuarla in questi tempi democratici”. Naturalmente non mancano le difficoltà: l’evangelizzazione tradizionale reclama catechisti e formazione più profonda; i giovani si aspettano un accompagnamento spirituale di migliore qualità; in alcune isole le etnie tradizionali attendono ancora la prima evangelizzazione, mentre nelle isole del Sud (Mindanao) il rigurgito del fanatismo musulmano crea forti disagi. Ma siamo certi che nei prossimi anni le potenzialità missionarie della Chiesa filippina, adeguatamente sfruttate, potranno mutare il corso della missione in Asia.
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