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Ricordi di un tempo passato, La missione vera è questione di gioia

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Padre Lino Bellini, marchigiano di Poggio San Marcello, è missionario in Giappone dal 1969. Ha scritto questa bella lettera alla giovane concittadina Stefania e ai suoi cresimandi.

Cara Stefania, da lontano e dopo una vita di assenza da Poggio, sono contento di salutare te e i tuoi ragazzi della cresima. I missionari sono persone curiose. In mezzo a loro ce ne sono di tutti i tipi, di tutte le taglie, con barba o senza, mingherlini o colossi. Uno è diverso dall'altro, ma tutti hanno una cosa in comune: l'aver scoperto un giorno una cosa immensamente bella che ha riempito il loro cuore. E da lì è nata per ognuno la voglia di andare a raccontare in giro quello che hanno visto con i propri occhi.

Chierichetto in due turni

La missione è tutta qui. Quella "cosa" che non finisce mai di riempire il cuore di tutti i missionari, che diventa sempre più bella e profonda con il tempo che passa, e per cui vale quindi la pena di dare la vita è solo il Signore. La missione è una questione di gioia. E sai dove ho scoperto questo "tesoro", che non finisce mai di meravigliare e di scaldare il cuore? A Poggio, tra la chiesa parrocchiale e quella della Madonna del Soccorso, dove avete fatto la festa.

Sono in Giappone da ormai 40 anni, ma ritorno con affetto a quei tempi e a quelle esperienze importanti. Per esempio, quando facevo il chierichetto, mia mamma, per non far preferenze tra il parroco e i missionari, mi ha sempre costretto a fare ogni domenica un doppio turno di tutto: una Messa servita in parrocchia da don Savino (così si chiamava il nostro parroco di allora) e una dai missionari; stessa cosa al pomeriggio per la benedizione... E tra una benedizione e l'altra, la classica partita a pallone.

Quelle domeniche a Poggio

Le persone più anziane di Poggio potranno raccontare quanto fossero belle le nostre domeniche: la gente veniva in massa alla Messa a sentire prediche che non finivano più. Gli uomini durante l'omelia uscivano a fumare, finché noi chierichetti andavamo a chiamarli per l'offertorio.

Mi ricordo quando dietro l'altare succhiavamo il vino della Messa direttamente dalle ampolline, senza che il sacrestano vedesse. Si andava a Messa a digiuno, con una bicicletta sola per famiglia, che andava e veniva dalla campagna con un paio di figli per volta sulla canna. E alla fine si tornava a casa non solo con i fogli, ma anche con la zappa nuova sotto la sella, comprata quando c'era la fiera. Sono sicuro che la domenica è sempre stata e sempre sarà all'origine di tutte le cose belle.

Un lavoro particolare

E poi naturalmente, c'erano i missionari saveriani che al Poggio sono stati amati più che in ogni altra parte del mondo. E tu non immagini cosa rappresentassero allora per noi tutte quelle persone che avevano dato la vita al Signore, e i vecchi missionari a cui servivo la Messa e che avevano passato decenni in Cina. Ci facevano capire che la vita è bella solo se la si dona a grandi ideali e ci mettevano addosso tanta allegria.

E così, di cosa in cosa, è capitato anche a me di camminare per quella strada verso il Giappone. La vita, cara Stefania, non ha senso se fai questo o quello, ma ha senso per gli ideali con cui ti identifichi. A me la vita missionaria è stata donata come attività particolare in rapporto alle grandi religioni dell'Asia, il buddhismo soprattutto. Oltre al mio lavoro di sacerdote nella chiesa, mi trovo in mezzo alla gente con cui ho passato tanti anni della mia vita, cercando di raccontare la grande gioia che avevo scoperto a Poggio, proprio tra la chiesa di San Nicolò e quella della Madonna del Soccorso.

La vocazione a pane e salame

Con don Savino andavamo a portare la comunione agli anziani ogni giovedì, che allora era festa. Andavamo a piedi, naturalmente. All'andata, stavamo zitti: lui pregava, io invece guardavo i sassi, le erbe e le grandi foglie che non si vedevano in paese. Anche questa è una cosa interessante: se uno impara a stare in silenzio vicino al Signore e all'Eucaristia, finisce poi per scoprire un'infinità di cose belle e vede tutto in modo diverso e nuovo.

Mi ricordo anche di tua nonna malata, il comodino preparato per la comunione con la tovaglietta bianca vicino al letto, la gente di casa che era venuta lì lasciando il lavoro. E poi anche il pane fatto in casa con le belle fette di salame. Don Savino non mangiava mai, mai io, dopo quella camminata, sì. E forse anche il buon salame di casa tua, cara Stefania, deve aver contribuito a coltivare in me la vocazione missionaria. Anche adesso una delle cose che mi piacciono di più è portare la comunione agli ammalati. Anche se qui il salame non si usa!

"Invidio la vostra Messa!"

Racconto un episodio avvenuto qui in Giappone. Una volta mi hanno chiamato a parlare in un tempio buddhista di un piccolo paese. Il monaco mi voleva bene; con lui avevo parlato tante volte di cristianesimo. Voleva che io parlassi ai suoi; era gente che non conoscevo e non sapevo da dove cominciare. Mi sono messo a raccontare dei nostri sacerdoti che aiutano i malati e portano loro la Comunione; di mio papà, uomo profondamente spirituale, che aveva affrontato la malattia e la morte... La gente ascoltava attenta.

Quel monaco buddhista tante volte mi aveva detto che invidiava noi cristiani per la nostra Messa domenicale. Lo ha ripetuto anche in quell'occasione. Più tardi la moglie mi ha confidato che anche lei era malata di cancro e mi ha chiesto di aiutarla a morire bene. Per questo, sono andato tante volte a visitarla in ospedale. E l'ultima sera i parenti hanno voluto che anch'io fossi lì a pregare con loro.

Non vi pare, che in paradiso ne vedremo di belle?



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