Viaggio di nozze in Ciad, Intervista a due giovani sposi
Paolo Girardi e Francesca Giugni sono una giovane coppia di Brescia. Paolo è laureato in archeologia, appassionato di elettronica e si occupa di rilevi topografici. Francesca è laureata in traduzione, specializzata in tedesco e russo, e lavora in un ufficio di scambi con l’estero. È stata recentemente eletta segretaria provinciale dei giovani delle Acli bresciane.
Si sono sposati la scorsa estate e hanno avuto la pazza idea di fare il viaggio di nozze in Ciad presso la missione dei saveriani.
In quest’intervista ci hanno spiegato i motivi di una scelta certamente controcorrente.
Perché proprio il Ciad?
Per tutti e due l’Africa è sempre stata un sogno, ma abbiamo potuto andarci solo dopo il matrimonio. Abbiamo sfruttato l’opportunità di andare a trovare il saveriano bresciano p. Gianni Abeni, che Francesca conosceva da quando era bambina. Incontravamo p. Gianni al suo ritorno in Italia dal Ciad e dalla Spagna. In Spagna abbiamo partecipato anche a un campo di lavoro. Ci ha sempre colpito il modo con cui p. Gianni si relaziona con le persone: libertà e rispetto per tutti. Abbiamo sempre mantenendo i contatti con lui.
Che senso ha iniziare la vita coniugale con l’idea della missione?
Ci piaceva cominciare il nostro matrimonio andando a trovare chi sta meno bene di noi. Abbiamo unito un po’ di vacanza alla conoscenza di quello che ci ha interessato da sempre. Il viaggio in Ciad è un po’ il timbro di quello che sarà il nostro futuro. Un domani, magari, sceglieremo di stare in missione anche più a lungo. Speriamo di tornare per condividere quello che abbiamo, per mettere a disposizione le nostre capacità umane, per offrire prospettive di cambiamento.
Vi sentite di aiutarli...
La gente in Ciad ha una mentalità tradizionale, legata a quello che ha sempre fatto. Capiscono che ci sono possibilità di cambiare e migliorare, ma nessuno mostra loro come fare. Forse possiamo aiutare la gente a capire e a sentirsi utili, ad esempio, nell’organizzare l’istruzione, nel coltivare un orto, nel mantenere una struttura.
È difficile cambiare una società tradizionale!
È vero. Quando si parte, lo si fa anche perché pensiamo che laggiù possiamo sentirci utili. Ma poi si capisce che non si può cambiare il mondo in poco tempo. Si torna a casa più consapevoli che anche qui ci sono cose che non vanno, cose da cambiare. Non vogliamo essere protagonisti a tutti i costi.
Come sarà il vostro futuro missionario?
“Missionario” è una parola un po’ grossa per noi. Vediamo il futuro nell’ottica di aiutare gli altri, seguendo le nostre radici cristiane. Questo ci ha spinto ad essere una famiglia aperta agli altri. Questo è missione: portare agli altri ciò che si può dare e costruire, qui come in Africa. In Africa è più semplice come concetto (“faccio quello che loro non sanno fare”), ma è più difficile da realizzare. In Italia è più ostico entrare nell’ottica giusta, ma l’attuazione è più semplice perché conosciamo la cultura, i mezzi e il modo di relazionarci con le persone. L’Africa è un sogno che abbiamo in mente fin dal tempo della formazione.
Cosa fate per non dimenticare la missione?
Siamo sempre stati attivi nelle associazioni cattoliche e solidali. I missionari, sia in Africa che altrove, ci hanno detto che non hanno bisogno di soldi, ma di persone che ci credono veramente. Aver visto una miseria inimmaginabile ci fa comportare in modo diverso. Cerchiamo di vivere in modo più sobrio, acquistare con parsimonia, rinunciare alle cose inutili, stare attenti ai consumi. Raccontiamo la nostra piccola esperienza per testimoniare che qualcosa di diverso si può fare.
È un modo per continuare la missione. Noi diciamo il nostro sì. Dio farà il resto.







