Ricordi di padre Gianfranco Cruder
Quando ho ricevuto la notizia della morte di p. Gianfranco sono rimasto senza parola; mi sono uscite dagli occhi, spontanee, le lacrime. Gianfranco era un grande amico! Non ci incontravamo spesso, perché il nostro lavoro è in posti assai distanziati. Ma quando ci incontravamo era un'esplosione, tanto che gli altri pensavano che stessimo litigando. Ma poi vedendo che eravamo sempre assieme, capivano quanto ci volessimo bene e ci lasciavano anche parlare nella nostra armoniosa lingua.
Il mio primo saluto a lui era Furlanat (Friulanaccio), a cui lui rispondeva Ciastron (Testa dura). Erano i complimenti che ci facevamo. Ci eravamo lasciati il giorno prima a Padang, al termine degli Esercizi spirituali. In quell'occasione ci disse che in questi esercizi aveva trovato una pace che non aveva mai provato precedentemente, e che sperava di continuare in quella pace. Il Signore gli ha fatto il dono di gustarla eternamente!
Era un appassionato della moto; aveva già avuto diversi incidenti, ma lui non si muoveva se non in moto. Ogni volta che ci incontravamo e gli dicevo di lasciare la moto, mi rispondeva che lui sarebbe morto sulla moto. Me lo ha ripetuto anche il giorno prima di morire. E così è stato. Non si è neanche accorto di morire, e si è trovato in quella pace che aveva appena gustato.
Era un missionario entusiasta innamorato a suo modo del Cristo: la sua unica preoccupazione era di annunziarlo e portare i credenti ad amarlo veramente. Spendeva tutto il suo tempo in mezzo alla gente che sentiva di essere amata anche se lui aveva un metodo ed un approccio molto duro, forse caratteristico di noi friulani. Quando si trovava con i confratelli per gli incontri annuali, la sua caratteristica era la gioia, il sorriso o la sana sghignazzata.
Era impossibile con lui stare col muso duro. Gli piaceva cantare e si può dire che è morto cantando, perché l'ultima sera abbiamo cantato diretti da lui.








