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P. Cruder: Un centauro per la missione

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P. Gianfranco Cruder, Indonesia

Alle 8 d'un mattino dello scorso ottobre, su una strada di Sumatra che stava percorrendo in moto, p. Gianfranco Cruder è stato violentemente tamponato da un furgoncino. Uno scontro mortale. Ecco come lo ricordano due compagni di studi.

Gianfranco Cruder era nato il 3 marzo del 1942 a Sammardenchia di Tarcento (Ud), paese che amava, il cui nome pronunciava accentuando i suoni liquidi. Gianfranco aveva un misto di tenerezza e durezza, yang meridiano e yin notturno come vuole la cultura orientale. Un giorno dell'estate 1997 - lui era in vacanza - lo sono andato a trovare nella vecchia casa di Sammardenchia. Ho capito allora meglio il suo carattere.

Quella è terra di lavoro troppo amaro, di grappa forte, di fede adamantina e splendida bellezza. Di lì Gianfranco era partito ragazzo - per farsi missionario! - con un paio di babbucce nere cucite da mamma. Aveva frequentato le scuole apostoliche Saveriane di Udine e Zelarino. Poi, a 16 anni, era entrato in noviziato. I bravi novizi, durante il lavoro, due a due, recitavano il rosario. Lui preferiva fare buone conversazioni.

Ma se vedeva avvicinarsi la barba bianca del maestro dei novizi, non volendo disgustarlo, intonava risoluto: "Nel quinto mistero glorioso contempliamo ... ". Io l'ho conosciuto diciannovenne in terza liceo (venivo dal seminario di Treviso). È stata una solida amicizia col collante dell'amore al teatro. Disinvoltissimo in palcoscenico, l'ho visto imbarazzato solo quando ha fatto da "arcangelo" in "Andiamo, Giona".

In campo musicale Gianfranco era ancora più dotato. Suonava l'organo con un misto di venerazione e passione. Aveva montato un'orchestrina, nei favolosi anni Sessanta, con canzoni impegnati e spirituals. Sognavamo di fare una tournée estiva con uno spettacolo nostro, "O America che uccidi i profeti!". Non ho dubbi che saremmo balzati in testa alle classifiche.

Dopo l'ordinazione sacerdotale (1967), ha preso il sopravvento in lui un lato friulano che rimaneva di solito nascosto sotto la sua irriverenza: l'integralismo. Gianfranco mi disse: "Nella vita non si può rimanere indecisi. Bisogna fare una scelta (per la tradizione) e non metterla più in discussione". Tale scelta l'ha accompagnato durante i dieci anni di animatore vocazionale nel bergamasco, intonatissimo con l' équipe educativa di là; poi nella dedizione incondizionata al popolo indonesiano, per 23 anni. In Indonesia Gianfranco, fatto per i riflettori, ha accettato il duro mestiere del quotidiano.

Diciamo che era un autentico, a tal punto che avendo la ragione dalla sua, preferiva essere investito piuttosto che scansarsi. Ha fatto storia un incidente in moto con tale dinamica. E in moto è morto, il 25 ottobre scorso, quasi fosse l'ultimo centauro della missione. Io, per quel poco che può valere la mia testimonianza, vi giuro che Gianfranco è stato un Saveriano vero. Un missionario totale. Ha sognato di fare del mondo una sola famiglia, nel grande abbraccio con Dio, Padre con cuore di Madre.



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