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Da circa tre anni, come saveriane, siamo a Keba, a sei chilometri da Kongolo, nella provincia congolese di Tanganika. Arrivarci da Bukavu non è semplice: auto, battello, poi aereo, a meno che non si trovi un volo diretto da Goma. Da una parte la gente è più povera che altrove perché mancano adeguate vie di comunicazione, dall’altra si respira più sicurezza, perché la guerra di questi ultimi anni non è giunta fin qui. La parrocchia di Keba si compone di diversi settori, raggiungibili in moto. Vivono là da quasi tre anni tre nostre sorelle, accolte con gioia e disponibilità sia da parte della gente che dei responsabili religiosi e civili. È così cominciato un cammino insieme, con segni di speranza: più persone partecipano alla Messa, la catechesi è meglio organizzata, bambini e ragazzi numerosi partecipano all’Infanzia missionaria, il grest estivo è molto frequentato... Delia, presente fino ad aprile 2024, racconta di alcune “stelle” che ha intravisto nella parrocchia.

La mia attività principale a Keba è stata la visita alle famiglie, ai quartieri, ai bisognosi, portando la comunione a quanti la desiderano. Quanto camminare! Grazie ad alcuni cristiani, in particolare a mamma Batrois e a mamma Beatrice, ho conosciuto molte realtà. Segnalavo al parroco persone che desideravano incontrarlo.

Viene chiamata “Batrois”, perché ha avuto tre gemelli. Ancora adolescente, il marito l’aveva portata da Lubumbashi a Keba, promettendole di sposarla. Lei pensava che lì, preparandosi al matrimonio, avrebbe ricevuto il battesimo e gli altri sacramenti. Invece, giunta a Keba, ella aveva scoperto che l’uomo era già sposato e lei aveva vissuto trent’anni senza ricevere i sacramenti. Recentemente, il marito è morto e Batrois ha desiderato ricevere il battesimo, incoraggiata da un sogno in cui il marito le diceva: “Ora puoi prepararti a ricevere il battesimo!”. Batrois è una donna simpatica e generosa; mi ha fatto conoscere dei malati cui potevo rendere visita.

Intanto è arrivato a Keba Justin, con sua moglie, in provenienti da Lubumbashi. Si muove con difficoltà: si aiuta con un girello per passare dal letto al salone. Professore di scuola, era stato anche responsabile della comunità di base, aveva vinto dei concorsi fino a diventare ispettore scolastico, poi è stato colpito da ictus. Le cure a Lubumbashi non gli avevano ridato mobilità e allora insieme a sua moglie aveva accettato la situazione e deciso di tornare a Keba. Un grande cristiano. Gli abbiamo chiesto se, una volta alla settimana, poteva fare catechismo a mama Batrois e lui ha accettato volentieri. Nella notte di Pasqua 2024, la donna è stata battezzata insieme al suo bambino, cresimata e ha anche ricevuto la comunione. È stata una grande gioia per tutti.

Baudouin è un giovane malato dall’età di due anni: la gamba sinistra è rigida e ingrossata, e lui non cammina più. Orfano di padre e di madre, vive miseramente presso alcuni parenti. Tutta la sua famiglia frequenta la Chiesa del 30° giorno. Un giovane si è impegnato ad andare da lui ogni giorno, per insegnargli come leggere e scrivere. Quando Baudouin ha chiesto il battesimo, ho domandato alla zia se fosse d’accordo: “Nessun problema: ho visto che solo voi sorelle e i cristiani vi siete presi cura di lui”. Abbiamo chiesto a Mama Patience, un’insegnante che era stata lasciata ingiustamente a casa per raggiunti limiti d’età, di aiutarlo e lei ha continuato a fargli scuola e l’ha preparato al Battesimo. La festa del battesimo, a casa sua, è stata veramente grande. 

Ndaba è uno studente di quinta superiore, che apparteneva alla Chiesa Neo-apostolica. Il giorno di Pasqua dell’anno scorso, insieme al suo amico Barthélémy, all’uscita della Messa ci ha accompagnato fino a casa e ci ha raccontato il suo desiderio di diventare non solo cattolico, ma anche prete. Ha così cominciato ad andare a Messa, a pregare con noi ogni giorno i Vespri e a seguire la catechesi a Kongolo. È stato battezzato a Keba e quest’anno è nella Propedeutica al Seminario, dove riesce bene. 

Un militare venuto a Keba da Uvira, cattolico, aveva mogli e figli sparsi un po’ ovunque. Ora però era solo e molto malato. Lo trovavo sotto un mango e conversavamo. Con mamma Beatrice abbiamo cercato di capire da lui che cosa gli impediva di tornare a partecipare alla vita della Chiesa. Ha accettato il cammino e desiderato incontrare il parroco. Dopo l’incontro, è morto nella grazia di Dio.

Questa pastorale di prossimità mi ha preso molto tempo e fatto soffrire al momento della mia partenza. Quando la gente ha avuto notizia, era come in lutto. Abbiamo compreso che in poco tempo avevamo potuto stringere relazioni molto profonde. Eppure, normalmente non portavamo aiuti: al più un sapone per Natale e Pasqua, una piccola somma per una medicina necessaria… 

Il giorno di Pasqua, su invito del parroco, le comunità di base mi hanno salutato con un gesto: alcune mi hanno dato dei soldi, altre riso, farina, banane, noccioline americane… Quando l’ho salutato, il Vescovo mi ha detto: “La prossimità è specifica di voi missionari!”. Ho risposto che ci era possibile perché vivevamo grazie ad aiuti dall’esterno, mentre altre suore svolgono una professione per vivere. La pastorale di prossimità ci ha arricchito e abbiamo capito che è la via. Sono partita con la grande gioia di aver vissuto questi ultimi anni fra la gente. 



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