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Quando, nel 1989, p. Francesco Marini fu eletto superiore generale dei saveriani, gli chiesero di mettersi in posa per una foto da aggiungere a quelle dei suoi predecessori. Ma, dopo qualche giorno dal primo ritratto, ne arrivò un’altra che lo riprendeva mentre inforcava una bicicletta! Capimmo subito quale impronta volesse lasciare nella nostra famiglia missionaria.

P. Francesco era tornato in Italia per cure mediche poco più di un anno fa. La malattia che gli viene diagnosticata è molto seria. Trascorre sereno questa fase difficile della sua vita, passando con grande affabilità tra i suoi confratelli infermi. Accoglie i visitatori con un sorriso incoraggiante. Ad uno dice scherzando:  “Da quando abbiamo Papa Francesco, sono sicuro di morire cattolico”. Il 24 maggio 2016, con un sospiro leggero, rende l’anima a Dio.

P. Rino Benzoni, ex superiore generale, ci offre un ricordo… parmense.

La chiesa degli ultimi…

L’esperienza che mi piace raccontare è quella della “Navetta” e della “Comune”. La Navetta è il quartiere di Parma dove ho svolto le mie prime esperienze pastorali da giovane studente. Un quartiere povero, con una piccola comunità cristiana che si riuniva in una chiesetta di pochi metri quadrati, spesso piena all’inverosimile.

La grande comunità della teologia era strutturata in quel momento in gruppi di apostolato, seguiti ciascuno da un saveriano, formatore e insegnante. Il gruppo della “Navetta” era guidato da p. Marini. Sono arrivato a Parma quando ancora era vivo il ricordo della occupazione della Cattedrale, in cui anche p. Francesco aveva avuto un ruolo.

Alla Navetta, egli aveva modo di sperimentare una chiesa degli ultimi e non troppo attaccata alle strutture. Partecipavamo, per quanto possibile, anche alle vicende del quartiere e alle discussioni accese della politica di quegli anni.

Tutti in un unico stanzone!

Credo che sia partita da lui anche l’idea della “Comune”, ovvero di lasciare le nostre stanze singole, per metterci insieme in uno stanzone diviso in due parti da una tenda. Senz’altro, p. Francesco ha sostenuto questa iniziativa, di fronte alle resistenze che, nella grande comunità formativa di allora, non saranno mancate. Io, ultimo arrivato, ho aderito con entusiasmo all’idea e credo di essere stato quello che più l’ha amata, fino a proporla anche ad altri.

Da una parte, avevamo i nostri letti di cui alcuni a castello; dall’altra i nostri banchi di studio. Per noi studenti la cosa poteva essere anche una novità divertente, per lui forse ha rappresentato anche un certo sacrificio. Lui dormiva sopra di me nel letto a castello e credo che qualche calcio se lo sia anche preso.

Un luogo ricco di idee e pensieri

Ben presto la “Comune” è diventata un luogo di ritrovo. Da noi c’era sempre la possibilità di incontrare qualcuno oltre che, spesso, di sgranocchiare qualcosa, dal momento che mettevamo insieme tutto quello che ci veniva dato.

Senza fare molto rumore, la “Comune” è diventata luogo di trasmissione di idee, ideali, giudizi sulle vicende della città e dell’Italia. Il Rettore, p. Amato Dagnino, sorrideva e lasciava fare.

Per me è stata un’esperienza fondamentale che mi ha permesso di vivere anche il resto della mia vita con una certa carica di idealità. Di sicuro, ha avuto inizio lì una certa amicizia e comunanza di ideali con “Macinino”.



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