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Da luglio mi trovo nella missione di Satkhira a sostituire p. Lorenzo Valoti, in Italia per un po’ di riposo. Tornerà a fine ottobre e allora anch’io potrò riprendere il mio posto a Chuknagar, a fianco di p. Rocky. La missione di Satkhira è la più estesa e anche la più densamente popolata nella diocesi di Khulna, con i suoi 20 villaggi da visitare periodicamente. Con me c’è un giovane saveriano messicano, p. Juan Josè, alla sua prima esperienza di missione.

I cristiani di Satkhira, come del resto la maggior parte dei cristiani della diocesi di Khulna, provengono dai fuoricasta con denominazione varia: Rishi, Muci, Das, Dalit, Horijon... La missione di Satkhira, come quella di Borodol, ebbe origine all’inizio del secolo scorso e fu fondata dai Gesuiti, provenienti da Calcutta. Nel 1947, con l’indipendenza dall’impero britannico, scelsero di rimanere in India. Le missioni che si trovavano nel sud-ovest dell’allora Pakistan Orientale, vennero affidate a noi saveriani.

Domenica 8 settembre, il vangelo di Luca (14,26) diceva: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”). Per rendere comprensibili le parole di Gesù alla mia gente, mi ero portato dietro un pezzo di carta, che ha 57 anni di vita e che conservo gelosamente. Contiene alcune righe scritte da mio padre e sono strettamente legate alla mia scelta vocazionale, a cui, grazie al Signore, sono rimasto fedele fino ai miei 80 anni, compiuti a settembre.

Ero in seminario, prima in quello diocesano di Trivento e poi in quello regionale di Chieti, per diventare presbitero diocesano. Ma dentro di me avvertivo la chiamata alla missione e, a più riprese, l’avevo comunicato al mio vescovo. I miei genitori naturalmente non sapevano ancora niente. Era l’agosto 1962 ed ero in vacanza a Duronia. Un pomeriggio, mentre stavo giocando a pallone con i miei coetanei, arriva il postino con una lettera raccomandata intestata a me. La prendo e vedo che viene dal vescovo. L’apro e leggo: “Caro Antonio, ho capito che la tua chiamata viene dall’Alto; se vuoi andare, hai il mio permesso e la mia benedizione”. Smetto di giocare. Occorre prendere una decisione che impegnerà tutta la mia vita. Ho l’ispirazione di andare subito in chiesa a confrontarmi con Gesù.

A quell’epoca la chiesa era sempre aperta. Vi entrai e sostai per alcuni minuti. Mi alzai con la decisione nel cuore: “Dopo cena, tirerò fuori la lettera del vescovo e la leggerò ai miei; quel che succede, succede!”. E così fu. Avevo il cuore che batteva forte. Estrassi la lettera e la lessi senza battere ciglio. La reazione fu quale me l’aspettavo. Mia madre scoppiò a piangere e mio padre espresse il suo risentimento con parole abbastanza dure. Aveva riposto in me tante speranze che vedeva svanire improvvisamente.

Al risveglio, trovo una sorpresa. Mio padre aveva scritto due righe su un pezzo di carta che aveva introdotto sotto la porta della mia camera. “Caro Antonio, è grande il tuo desiderio di fare il missionario, perché è il Signore che lo vuole, ma è più grande il mio desiderio di vederti vicino a me e fare da guida ai tuoi fratelli più piccoli. Rifletti bene. Il tuo babbo. Michele Germano”. Lessi il biglietto con tanta commozione, perché capii che con quelle parole mio padre mi lasciava libero di decidere.
Ho mostrato alla gente il pezzetto di carta, con le parole testamento di mio padre, raccontando tutta la storia, e ho concluso dicendo: “Se io avessi ascoltato la voce di mio padre e il pianto di mia madre, oggi non sarei qui in mezzo a voi, né ci sarebbe quello che il Signore ha voluto operare attraverso di me a Borodol e a Chuknagar”.



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