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Quarant’anni missionario in Africa

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Padre Tonino Manzotti (nella foto sopra) era nato a Brescello (RE) il 25 febbraio 1933. Aveva tre sorelle e due fratelli. Entrato in seminario a Guastalla, fu ordinato sacerdote il 3 giugno 1956.

Fu mandato cappellano a Novellara, dove si allenò all’apostolato per sei anni, fino al 1962, quando chiese di entrare tra i saveriani. Da una sua confidenza, veniamo a sapere che l’aspirazione alle missioni l’ebbe fin dai primi anni di seminario, ma la decisione arrivò nel 1958, a Lourdes, dove si era recato in pellegrinaggio:

“Non ho chiesto alla Madonna grazie materiali, ma che facesse maturare in me la vocazione missionaria”.

Don Tonino entrò nel noviziato saveriano di Nizza Monferrato il 2 ottobre 1962. Dopo un anno di intensa preparazione spirituale fece la professione religiosa con i voti di castità, povertà e obbedienza per la missione.

Rischi e violenze

In quegli anni era superiore generale p. Giovanni Castelli, che proveniva da un seminario, e sapeva con quale ansia i seminaristi entrati nell’istituto missionario sospirassero di recarsi presto “sul campo”.

Padre Tonino partì nel 1963, direzione Congo, insieme a p. Amato Dagnino, p. Vittorino Martini, p. Carlo Catellani. Furono accolti nella casa religiosa di Bujumbura in Burundi, per lo studio della lingua. Dopo qualche mese si trasferirono a Uvira e là furono fatti prigionieri con il vescovo e gli altri missionari nella residenza vescovile, minacciati di morte, anche attraverso finte esecuzioni. Il 7 ottobre 1964 i missionari furono liberati con un colpo di mano e tornarono in Italia per un periodo di riposo.

Camminatore senza sosta

Padre Tonino fu mandato a Desio come direttore spirituale delle vocazioni adulte. Nel 1966 poté tornare in Congo, a Kiliba, dove rimase tre anni; poi venne mandato come insegnante nel seminario di Mungombe. In quarant’anni di vita in Africa, egli vide il Congo diventare Zaire e la chiesa perseguitata; assistette alle continue guerriglie e vide lo Zaire ritornare Congo, anzi repubblica democratica del Congo.

Vogliamo solo ricordare i safari di p. Tonino, ovvero i lunghi viaggi per andare a trovare i cristiani nei villaggi sparsi sui monti: camminate lunghe diverse ore.

Scrive: “Ci vuole tanta forza e coraggio e soprattutto tanta forza fisica per recarsi in quelle zone e restarvi due mesi e più, mangiando il loro cibo a base di polenta, patate e fagioli. Di viaggi come questo ne compio quattro o cinque volte all’anno”. Tonino è stato un camminatore senza sosta.

Anche quando tornava in Italia, era sempre in cammino.

Il dolore e la preghiera del missionario

In occasione del 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale nel 2006, p. Tonino ha scritto, tra gli altri, questo pensiero. “La vocazione al sacerdozio è frutto della preghiera di tanti buoni cristiani; è il punto di convergenza delle sofferenze di malati, anziani, gente che non ha voce, emarginati dimenticati da tutti, ma non da Dio. Mi sento debitore del mio sacerdozio, prima di tutto a Dio, perché lui solo è la sorgente di ogni bene. Ma tra le persone che mi hanno accompagnato nella realizzazione della mia vocazione, mi sento debitore ai miei carissimi genitori.

Il più grande dolore nella vita del prete è vedere che Dio non è conosciuto, non è amato come meriterebbe.

Davanti a Gesù crocefisso prego a lungo, specie il sabato sera, per potere il giorno seguente toccare i cuori dei fedeli. Il sacerdote sa bene che di sera, davanti al tabernacolo, deve essere un buon discepolo che ascolta, se il giorno dopo, nella sua attività sacerdotale, vorrà essere un buon maestro...”.

Morire in piedi…

Padre Tonino è salito al cielo nel pomeriggio di martedì 19 marzo, festa di san Giuseppe, in modo improvviso, mentre si trovava in casa madre, dopo il pranzo. Ha traballato un poco e poi è caduto. È morto in piedi, come si addice a uno che ha camminato tanto nella vita.



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