Quando arriva il missionario, Non stiamo con le mani in mano
Padre Eugenio Montesi, 66 anni, di Corinaldo (AN), ci scrive dalla Sierra Leone, dove è rettore della comunità dei saveriani nella capitale Freetown.
Desidero descrivere la situazione di alcuni villaggi periferici della Sierra Leone e in che modo la gente accoglie il missionario, quando li raggiunge per celebrare la Messa.
Il grande crocifisso
Bauia è un piccolo villaggio a circa 70 chilometri dalla capitale. Prima della guerra civile era una città, dove si fermava il treno. La ferrovia è stata smantellata e adesso è tutto un rudere. La città è stata presa d’assalto ben tre volte dai ribelli. Tante case sono state bruciate. Restano, qui e là, alcune casette risistemate un po’ alla buona.
C’è un bravo capo di distretto di religione anglicana, devoto e istruito. Era professore all’istituto magistrale. Il governo gli ha costruito una casetta nuova dopo la guerra. Che bello vedere appeso sopra la porta della casa, all’aperto, un grande crocifisso. È la prima volta che vedo il crocifisso all’esterno di una casa.
Il gruppo dei giovani che mi aveva invitato a celebrare la Messa, mi ha accompagnato dal capo per salutarlo. Ci ha fatto entrare in casa, ha offerto una bibita e ci ha raccomandato di cercare un bravo catechista per i cattolici del luogo. Ci ha chiesto anche di trovare un prete per la Messa domenicale, o almeno una volta al mese. Infatti, i cattolici non avevano avuto l’Eucaristia da più di un anno.
La chiesa vivente c’è già
Alla Messa hanno partecipato oltre 200 persone adulte, senza contare i bambini. Poi mi hanno mostrato le loro campagne e la loro scuola che si trova nei vecchi capannoni abbandonati della stazione ferroviaria.
Sono stato con loro una giornata intera, tra Messa, pranzo, danze e discorsi e appelli vari. Hanno chiesto che venga costruita una chiesa e venga celebrata la Messa domenicale. Vogliono i libri per la preghiera e i canti, e la bibbia per tutte le famiglie. Ho detto loro di invitare i preti della missione vicina. Hanno risposto che non hanno i soldi per pagare loro la benzina!
Allora, abbiamo deciso: troviamo le bibbie e i libri di preghiera; compriamo quattro sacchi di semi di arachidi da piantare e iniziare a raccogliere i soldi. Compriamo due biciclette per i maestri della scuola. Loro si impegnano a fare i mattoni per costruire la chiesa, a procurare la sabbia e a fare porte e finestre. Io cercherò i soldi per il tetto di lamiere.
È l’anno dell’Eucaristia. C’è già la chiesa vivente, quella fatta di gente che crede. Ora dobbiamo fare la chiesa in muratura.
Non tagliate quegli alberi!
Kwama è un villaggio cristiano in costruzione. Su trenta casette previste, undici sono a buon punto. Sotto il sole del pomeriggio, la gente lavora senza sosta. Gli uomini posano mattoni su mattoni, le donne portano l’acqua, i ragazzini strillano, il capo gira qua e là per incoraggiare tutti. Una vecchietta chiede l’elemosina.
Dall’altra parte della strada, altra gente lavora sodo. Chiedo: “Capo, cosa fanno là?”. “Stanno disboscando per costruire la chiesetta e altre case”, mi dice. “Per favore, non far tagliare gli alberi, né quei bei mango lì, né quelle palme là e neppure il bananeto!”. Loro avrebbero disboscato tutto perché, dicono, “tanto, rinasce in fretta”.
Due catechisti vengono qui ogni sabato e domenica per il canto, la preghiera e l’istruzione agli adulti. Una volta al mese vado anch'io. Il capo ci dà la terra da coltivare: le piccole risaie durante la stagione delle piogge, gli ortaggi, le pecore e le capre e anche un porcile. Una casetta è per la scuola di cucito; ci sono cinque macchine da cucire e ogni tanto ne arriva una dall’Italia, di quelle che non si usano più. Il capo ha autorità sui sette villaggi attorno: in uno c’è già la clinica, in un altro la scuola elementare. A Kwama è in costruzione un’altra scuola, per lezioni serali agli adulti.







