Per lei è un ritorno a casa: Lucia è partita per il Congo
Missionaria per nove anni in Amazzonia, la Saveriana Lucia Pulici nel 1982 è partita per lo Zaire, dove ha continuato a svolgere il suo servizio di ostetrica. Dopo alcuni anni in Italia, ora vi fa ritorno. Le abbiamo chiesto come vive questo ritorno, in una situazione di guerra.
In questi anni di lontananza, non mi sono mai sentita slegata dalla Repubblica Democratica del Congo, che quando ne sono partita, nel '96, si chiamava ancora Zaire. La partenza, per ragioni di salute, è stata sofferta e ho desiderato intensamente questo ritorno. Quando mi è stato comunicato che tornavo in Congo, ho provato un senso di pace, di tranquillità, sentivo che sarei tornata a casa, tra la mia gente, là dove ho desiderato consumare la mia vita.
Si sente dire che si vuole andare in missione perché là ci sono più gratificazioni. Non sono d'accordo. Sono andata in Africa a una certa età e mi ci è voluto un notevole sforzo di volontà per inserirmi con la lingua e la nuova realtà. Non sono mancati momenti di grande sofferenza. È soprattutto questo che mi fa desiderare di tornare: la sofferenza mi ha legata a quel popolo, che è entrato in me ed io in lui.
È la mia vocazione missionaria che mi spinge. Vicino alla casa di mia sorella, abitava una signora con due figli, il primo dei quali era un bimbo cerebroleso: non stava in piedi e non parlava. Andavo a trovarlo e restavo senza fiato al vedere come quella mamma stringeva con affetto il suo bambino; lui le rispondeva con un mezzo sorriso, quasi una smorfia: per lei era il massimo, era ripagata da questo. Un giorno, le dissi: "Signora, sarà dura assistere questo bambino giorno e notte, soprattutto ora che è cresciuto".
"Sì, certo, è faticoso, però è mio figlio!" mi rispose. Ora, quando vado da mia sorella, non trovo più quella famiglia. Il bambino è morto a undici anni, l'altro si è sposato. Ma io guardo quel balcone e mi ricordo di quella mamma. Tante volte ho paragonato la mia missione alla sua storia. Si soffre, però è la mia vocazione, è la mia vita. Anche se so di incontrare difficoltà, posso dire anch'io che vado là perché è mio figlio, vado perché è il mio popolo.
Più che mai sento il limite, dovuto all'età, agli acciacchi, che si aggiungono alle difficoltà precedenti. Lo sforzo di essere misericordiose, di donare c'è sempre. Lo farò a modo mio, sbagliando, ricominciando. Il punto di riferimento è spendere la vita per questo popolo che il Signore mi ha dato. Il motivo primo è quello evangelico. Mi vengono in mente le opere di misericordia, che mi aiutano a stare sulla pista giusta.
Torno in un Paese in guerra. Mi dà tranquillità sapere che vado in una Comunità, dove ci sono altre sorelle; mi inserirò tra loro, guardando, imparando da loro. Per la mia vita non temo, ho già avvisato: se muoio, lasciatemi là. Ho sempre desiderato morire in Africa per risorgere il giorno ultimo col popolo africano.
Ho più paura del mio limite: che il Signore mi aiuti ad essere prudente, rispettosa, comprensiva. Da un po' di tempo, sto chiedendo un dono al Signore: vorrei tanto imparare ad amare, a entrare nella mentalità del povero, perché sento che mi insegnerebbe molto. Che mi insegni ad amare i piccoli, perché vado in un Paese ferito, lacerato. Ch'io sappia essere come il samaritano.
Alcune domeniche fa ci è stato letto il Vangelo del buon samaritano. Quel passo si è come illuminato in me: quanta gente si trova nella situazione dell'uomo assalito, e quanto pochi sono i buoni samaritani: su tre, solo uno si è piegato su di lui. Ho chiesto al Signore la grazia di essere il samaritano che sa vedere le ferite, i bisogni di questo popolo, che ora in tutto vive la situazione dell'uomo depredato sulla via di Gerico.
Occorre, per dono dello Spirito Santo, ch'io faccia esperienza della mia povertà interiore. Allora sarò in grado di capire i poveri ai quali andrò incontro.






