Padre Uccelli diventa ''cinese''
In Cina il missionario p. Uccelli si avvicina alla gente come un debitore. Cerca di comprendere quella gente che diventa per sempre compagna della propria vita. Per loro dimentica la propria cultura e in ogni modo cerca di adeguarsi nel modo di vestire, di mangiare, di dormire. Ecco cosa scrive dalla Cina.
“A poco a poco riesco ad adattarmi in tutto alle loro usanze e costumi… Desiderate sapere come vesto io per ripararmi dai rigori invernali, e ve lo dico subito. Non so da che parte cominciare, se dai piedi o dalla testa, ma sarà meglio dai piedi. Porto due calze europee corte, due altre calze europee più lunghe e sopra due calze cinesi, fatte di tela e imbottite di bambagia. Le scarpe anche sono di tela, hanno la suola alta due dita e le altre parti sono tutte imbottite di bambagia. Se vedeste un mio piede messo in quell’arnese, sareste obbligati a ridere per chi sa quanto tempo!
Dopo vengono le mutande lunghe europee, i calzoni cinesi, s’intende, anche quelli imbottiti: sono lunghi e si tirano su fin sotto le ascelle e si legano con una corda, perché non hanno un bottone a pagarlo un orecchio. La veste è come quelle che portano i chirurghi quando fanno qualche operazione, a differenza delle maniche, che sono lunghissime e strettissime…”.
Padre Pietro si dona completamente. Il suo linguaggio d’amore è capito dalla gente, che dimostra affetto e riconoscenza, soprattutto nei momenti del distacco.
“Se rincresce a me lasciare i miei cristiani, non pensate che non rincresca anche a loro di lasciare me. Per darvene un’idea, dirò solo che una trentina di donne sono rimaste quattro ore fuori della porta della mia residenza, sempre in ginocchio, a pregare il superiore a volermi lasciare qui. Anche gli uomini hanno fatto lo stesso, di modo che io, che dovrei già essere a Chengchow, mi trovo ancora qui e vi dovrò rimanere ancora per un po’…”.








