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Primo Natale in missione, In un villaggio del Bangladesh

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Tutti i Natali sono belli per me, soprattutto quando penso al Figlio di Dio che scende sulla terra per salvare gli uomini, facen­dosi uomo come noi e nascendo in un rifugio di animali perché non aveva trovato posto nel modesto villaggio di Betlemme. Tutti i Natali sono belli, anche se sono tanti, soprattutto quelli della mia lontana infanzia, così pieni di mistero.

Tra risaie, palme e bananeti

Ma il Natale più bello, è stato quello vissuto nel Pakistan orientale, ora Bangladesh, nel golfo del Bengala, a est di Calcutta. Ero arrivato laggiù da appena due mesi, nella neonata diocesi di Jessore, dove i missionari saveriani erano giunti da dieci anni, guidati da mons. Dante Battaglierin, il vescovo che mi aveva consacrato sacerdote un anno prima.

Verso metà ottobre del 1962, il superiore mi aveva mandato con p. Livio Salvetti e p. Valeriano Cobbe a Barisal, una città nel golfo del Bengala, per imparare la lingua locale insieme con altri dieci missionari. I padri di Santa Croce, infatti, lì avevano una scuola per l’insegnamento della lingua e cultura bengalese per gli stranieri, soprattutto missionari e missionarie. Dopo due mesi, alla vigilia di Natale, siamo stati inviati due a due in vari villaggi cristiani, dispersi tra immense risaie e nascosti da boschetti di palme e bananeti.

Accolti con un sorriso

Con il mio compagno d’avventura, padre Livio, abbiamo viaggiato alcune ore in barca, in un intrico di canali d’ogni dimensione. Talvolta la barca toccava il fondo e bisognava scendere sull’argine per tirarla avanti con una corda. E poi si risaliva sulla barca per riprendere il viaggio. Siamo arrivati alla meta nel primo pomeriggio, accolti fraternamente dai missionari canadesi. Nessuno di loro conosceva l’italiano; cercavano di spiegarsi in francese, in inglese o in bengalese. Una vera torre di Babele!

Non mi è stato difficile pensare alle fatiche e ai disagi provati da Maria e da Giuseppe nel loro lungo viaggio verso Betlemme, sia pure con l’aiuto di un asinello e su viottoli aridi e sassosi... Al loro arrivo non hanno certamente trovato un’accoglienza aperta e sorridente come invece abbiamo avuto noi.

La festa del “Borodin”

Il paese si chiama Narikelbari, che significa “casa del cocco”. Gli alberi di cocco si ergono altissimi, attorno alle povere e basse capanne di bambù, paglia e fango. Uomini, donne e bambini si affrettano nei preparativi della festa più grande dell’anno, il Borodin, che vuol dire “il grande giorno”.

Alcuni giovani si arrampicano veloci e sicuri come scimmie sui tronchi delle palme per buttare a terra le noci di cocco e offrire da bere il gustoso “latte” agli ospiti. Altri salgono tranquilli sulle contorte piante di datteri per prenderne i frutti già maturi o il liquido raccolto, a gocce durante la notte, nei recipienti appesi al tronco dell’albero. Il liquido viene anche bollito fino a produrne un succo denso e zuccherato, adatto a farne dolci.

Come i pastori a Betlemme

Anche a noi missionari è stato gentilmente offerto un assaggio, dopo esserci seduti a cerchio attorno a un piccolo fuoco e aver aspirato qualche boccata di fumo dalla huka, una strana pipa, che pareva uno strumento musicale: una noce di cocco alla base, su cui si erge un legno cilindrico, forato al centro, con sopra la pipa del tabacco. Il fumo deve essere aspirato dalla noce, mezza piena d’acqua, che fa da filtro al fumo.

Chissà se anche i pastori, sparsi nei campi con i loro greggi e accorsi alla capanna dopo l’annuncio angelico della nascita del Salvatore, avranno fatto festa con latte e formaggio. Sono stati proprio loro i primi missiona­ri a parlare a tutti quelli che incontravano di tutto quello che avevano visto e udito, mentre se ne tornavano ai loro greggi “glorificando e lodando Dio”.



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