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Padre Riccò - “Risorto, di te mi vesto”

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Salutiamo padre Mario Riccò

Padre Mario Riccò, saveriano di Basilicanova (PR) è morto il primo ottobre scorso a Parma, all’età di 77 anni. Padre Augusto l’ha conosciuto bene, dall’infanzia.

La morte di una persona cara porta sempre dolore. Anche se la fede ci rassicura che una nuova vita è fiorita, proprio attraverso la morte. Così è anche per la nostra famiglia missionaria.

Quella marcia disperata

Di Mario Riccò sentii parlare la prima volta nell’autunno del 1944 nella scuola saveriana di Grumone (CR). Gli alunni di 5a ginnasio mi dissero che mancava un ragazzo di 16 anni, Mario Riccò, prigioniero in Germania. Era stato catturato in montagna, il 2 luglio quando tutti gli studenti saveriani a Capriglio erano stati portati via dalle SS tedesche.

Noi fummo liberati nello stesso giorno; Mario invece fu portato nel lager. Per un anno, il rettore padre Azzolini fece pregare ogni sera per la liberazione del giovane. Riapparve una mattina di maggio del 1945 sulle rive dell’Oglio.

Era sopravvissuto; ma per molti anni non raccontò nulla dei lager, come se ne avesse cancellata la memoria. Parlava solo della sua marcia disperata dopo la liberazione, attraverso la Polonia, la Germania e le Alpi, fino a Parma, fino al suo paese. Ci raccontava poi che, giunto a casa, dopo due settimane andò in bicicletta a Grumone, oltre Cremona, per raggiungere i suoi compagni di ideale e poi entrare in noviziato e diventare saveriano. La sua vocazione era sopravvissuta ai lager.

L’anima giapponese

Seguirono poi gli studi, la poesia e la musica, coltivate con animo di artista; l’ordinazione sacerdotale nel 1954 e finalmente la missione, il Giappone, nel 1956.

Lo ricordo studente di lingua giapponese a Kobe, con la sua meravigliosa memoria e l’orecchio fine del musico, ad imitare le sfumature della pronuncia giapponese. Mario assimilò profondamente, come pochi altri, lo spirito e il cuore di quel popolo, fino a tradurne il genio poetico, espresso nei Tanka e negli Haiku degli antichi poeti e nelle Shintaishi dell’epoca moderna. Ne fece una meravigliosa antologia intitolata, “Il muschio e la rugiada”.

L’impegno culturale

Nel 1964 fu richiamato in Italia a insegnare e dal 1967 al 1972 lavorò a Parma come direttore del centro stampe dell’istituto saveriano. Fu lui a portare il periodico “Missionari Saveriani” da quattro a otto pagine, dandogli un nuovo impulso. Sapeva stimolare i suoi collaboratori e spingerli a valorizzare le proprie qualità.

Poi nel 1973 gli fu prospettato un più ampio apostolato con i mass media in Brasile, dove rimase per dieci anni. Vi fondò la rivista missionaria “Kosmos”, forse la prima del genere in Brasile. Uscì in bella veste, interessante e promettente per i contenuti. Ma i tempi non erano maturi per una pubblicazione del genere, poiché l’analfabetismo era ancora molto diffuso.

Nel 1984 tornò in Italia, colto da una grave forma di diabete che gli condizionò tutta la vita. Poi si aggiunse un infarto, che gli lasciò nell’animo il senso della morte, e lo strazio per il susseguirsi di lutti in famiglia: la mamma, un fratello, una sorella…, portati via dal male del secolo. Solo la fede gli fu di sostegno.

Il “fratello saggio”

Il suo zelo si esprimeva nei modi più consoni alla sua sensibilità di poeta e di artista. E dove non arrivava lui per la malferma salute, aiutava gli altri a realizzare le opere che divulgano la realtà cristiana. La sua fede in Dio si manifestò soprattutto nell’accettazione della malattia, fino agli ultimi tempi, quando il dolore lo tormentava senza dargli tregua.

Oggi noi lo possiamo immaginare rivestito della luce del Risorto che lo ha accolto nella sua pace. Quaggiù resta il ricordo di un fratello saggio e affettuoso.



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