Nuove note per un canto infranto
LA PAROLA
16Alla donna il Signore Dio disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà». 17All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato: “Non devi mangiarne”, maledetto il suolo per causa tua! Con dolore trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. 18Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi. 19Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Genesi 3,16-19)
Dovevi essere stato stupito spettatore del dolore con cui la tua sposa aveva partorito i vostri figli. Perché tutto ciò che è umano avviene senza pena, mentre la vita comincia nel pianto? E perché ogni volta è così, più volte forse di quanto desiderato o opportuno?
C’era anche altro che ti faceva pensare. La fine degli amori. Fuochi che, anziché riscaldare, bruciano.
Donne misteriosamente avvinghiate a uomini senza pietà. Come poteva la carne calpestare la sua carne, l’osso infrangere il suo osso?
Qualcuno, leggendoti, ha pensato che tu attribuissi a Dio un tale cambio di rotta. Che, forse vedendo troppo felici le sue creature più belle, egli volle mettervi un tarlo. Dolore nelle relazioni essenziali per lei, dolore per lui alle prese con un suolo inospitale.
Non era questo che volevi dire, antico saggio. Chi ti mosse a scrivere non fece che enunciare un fatto, facendoti capire che qualcosa era successo. Un progetto era stato deviato, a monte. Le creature umane hanno cominciato perdendo le misure della loro umanità. Trovarsi belli e credersi fatti da sé. Capire tanto e pretendere di sapere tutto. Essere liberi per amare e voler vivere per sé. Storie distese lungo i secoli, storie concentrate nella vita di ciascuno.
Perso lo sguardo in cui specchiarsi insieme, come satelliti fuggiti dalla navicella madre per rotte non più governabili, fra uomo e donna era un “si salvi chi può”, uno scaricabarile, anche se entrambi non poterono che dire: “Ho mangiato”.
Il canto d’amore divenne dominazione, quando entrambi erano chiamati a signoreggiare il mondo.
Forse il giocattolo è rotto da sempre, perché non abbiamo mai saputo ben giocare. I pezzi sono da ogni parte. Le tue parole, le sentiamo vere. Vere nelle donne che non sanno vivere senza i loro compagni padroni. Vere negli uomini che non sanno liberarsi dalla pretesa del dominio e seminano minacce e morte. Vere nei drammi consumati nei secoli dietro il sorriso, per puro coraggio e amore dei figli.
L’hai lasciato intravedere nel tuo testo, che quella non sarebbe stata l’ultima parola. In quello schiacciamento annunciato della testa del serpente, pur sempre minaccioso (v. 15); in quella tenerezza di Dio che cuce abiti (v. 21).
Ma un uomo nuovo è venuto, che tu non hai visto. Ci ha resi capaci di guardarci negli occhi senza intimorirci, perché ci ha fatto ri-convergere verso Colui che ci ha fatti. L’ha detto, nel mondo i grandi spadroneggiano e si dichiarano benefattori, ma i suoi discepoli servono: “Anche il figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).
Ha reso possibile il sogno di Dio: i due in una sola carne, avvolti e sostenuti da un amore più grande.
Quanto al dolore, l’ha sollevato ogni volta che ha potuto. Ma non l’ha spiegato né cancellato. Dal dolore della donna ha capito il proprio: “La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo” (Gv 16,21).
Ci generò fra grida e lacrime, nel sangue e nell’acqua, come una madre.








