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Nelle parrocchie, negli oratori, nei centri comunali sono sempre più frequenti i servizi di dopo-scuola. Giovani universitari e insegnanti, in attività o in pensione, aiutano bambini e ragazzi di elementari e medie a svolgere bene i compiti, colmando piccole e grandi lacune. Spesso è faticoso e complicato, i numeri dei volontari sono risicati per far fronte a tutte le richieste; in altri casi succede che siano pochi i partecipanti.

Anche questa è missione, sicuro. Emergono storie che vanno al di là del semplice aiuto scolastico, i rapporti umani si fanno più stretti, nascono affetti e amicizie vere. I piccoli studenti in molte occasioni sono nati in Italia da famiglie straniere e così le relazioni hanno qualche complicazione in più, ma anche un fascino diverso, in cui tutti hanno qualcosa da imparare.

E a pensarci bene, anche il dopo-scuola diventa a suo modo un’occasione di “fare missione”.

Un esempio di questa realtà ce la racconta Giulia, studentessa universitaria di Milano. Nel suo racconto c’è dentro tutto: impegno, scelte, difficoltà e soddisfazioni. È lo spot migliore per invitare tanti giovani a mettere a disposizione un po’ del loro tempo per chi ne ha più bisogno, in modo semplice. E a guadagnarci non saranno solo i più piccoli.

Il bel racconto di Giulia

Lei legge e pronuncia così: “RA-MAMMA-O”. Io osservo: “No Mariam, si legge R-A-M-O; la M non si legge come MAMMA”. Lei ribatte: “Ma si scrive uguale, è la M di MAMMA”.

Mariam è una tra le bambine più pestifere del “Barrio”, un centro sociale alla periferia di Milano dove, ogni venerdì pomeriggio, c’è il doposcuola per i bambini delle elementari della zona.

La classe è formata da 22 bambini che imparano un sacco di cose e anch’io con loro rispolvero, ogni volta, qualcosa di nuovo. I bambini fanno i compiti in compagnia; ci sono anche molti fratelli e sorelle, e sette-otto volontari che li aiutano. Io ho la fortuna di essere tra queste persone. Ogni venerdì vado al centro e aiuto tre o quattro bambine: Omnia, Hiba e Mariam, soprattutto. Mariam va in prima, Omnia in terza e Hiba in quinta.

La maggior parte di questi bambini sono egiziani, marocchini, arabi e a volte parlano tra loro nella loro lingua; ma appena me ne accorgo, smettono subito, se ne vergognano e non vogliono farsi sentire. Ma sono quasi tutti nati in Italia, sono molto svegli e a scuola vanno bene. Hanno tanta voglia di imparare, sono vivaci e mi trasmettono una gioia unica, come solo i bambini sanno fare.

Il venerdì pomeriggio vado lì: mi stacco dalla frenesia della vita universitaria che mi fa pensare solo al futuro. Al “Barrio” penso al presente, penso ad aiutare questi bambini a leggere bene, a fare le operazioni in colonna e le comprensioni del testo…

Ma la soddisfazione di dare loro una mano, di ascoltare i loro problemi di bambini, o anche le loro vicende a casa, mi fa venire la voglia che arrivi il venerdì.

Non c’è mai stato un pomeriggio in cui non sia riuscita a stupirmi di nuovo, a ridere di cuore; ma anche ad arrabbiarmi, a volte, se i bambini non mi ascoltano. Le emozioni e la semplicità mi conquistano, e non le dimentico facilmente; anzi, diventano necessarie.

A un certo punto, Mariam smette di fare i compiti. Tra due giorni parte per l’Egitto per le vacanze. E allora mi preoccupo davvero solo di una cosa: che non si dimentichi la M di “MAMMA”, e che torni ricordandosi le addizioni in colonna.



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