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A metà maggio, dopo tanti anni, la famiglia Picci ha potuto partecipare all’appuntamento annuale organizzato dai saveriani della Sardegna, secondo lo scopo del santo fondatore di “fare del mondo una sola famiglia in Cristo”. Da bambina amavo partecipare al pranzo missionario, festoso e pieno di tanta allegria. Ho ritrovato lo stesso clima gioioso anche questa volta.

Il suo diario spirituale…

Quest’anno ci siamo incontrati insieme alle altre famiglie dei saveriani nella casa di Cagliari, in via Sulcis. Dopo la festosa accoglienza dei missionari, ci siamo trovati tutti insieme nei saluti, nelle presentazioni, nei ricordi dei parenti saveriani - tra chi è partito per la casa del Padre e chi è in missione per il mondo - e nella condivisione di esperienze forti, come quella che p. Pinuccio Ibba mi ha chiesto di raccontare, a proposito di p. Giovanni Picci, missionario in Giappone dal 1951.

Quello che ho potuto scoprire di mio zio - la sua intensa spiritualità, la sua grande tenerezza e accoglienza verso tutti, il suo spirito di sacrificio - è stato possibile grazie al lavoro di baccalaureato in Sacra Teologia presentato nel 2011, che mi ha permesso di analizzare il suo “Diario spirituale” e conoscere così tutto ciò che zio Giovanni, persona introversa e schiva, raramente ci raccontava di persona, quando rientrava in famiglia.

La missione in Giappone

Ho ripercorso brevemente le tappe principali della sua missione: il suo arrivo a Miyazaki, dove ha iniziato a studiare la lingua giapponese con estrema difficoltà; i vari trasferimenti tra Nobeoka e Takanabè, per recuperare le piccole comunità cristiane disperse e senza un pastore; lo spostamento definitivo a Saito, dove ha potuto costruire - con l’aiuto di tante persone - la piccola chiesetta dedicata a San Giovanni Battista. A Saito p. Picci ha anche intrapreso “la via degli asili”, un progetto che, attraverso l’educazione dei bambini, gli ha dato la possibilità di allargare la comunità cristiana anche ai genitori.

Padre Picci ha accolto - a partire dal 1978 - i profughi del Vietnam (circa cinquecento) nella sua casa, aiutandoli in tutte le più disparate difficoltà: imparare la lingua, trovare un lavoro, recarsi all’ospedale, inserire i figli a scuola. Infine, ha potuto vedere realizzarsi altri due sogni: la nascita del convento delle suore di clausura redentoriste e alcune vocazioni al sacerdozio, che lui stesso ha potuto seguire in quegli anni, prima di rientrare a Quartu, a causa della malattia.​

L’amore di Dio ovunque

A novembre dello scorso anno, il Signore ha concesso a me e mio marito di vedere con i nostri occhi i luoghi dove ha vissuto lo zio Giovanni e di incontrare tante persone che lo hanno conosciuto. Abbiamo constatato la commozione e la riconoscenza sincera di tutti, l’affetto filiale e la gratitudine delle piccole alunne che ora sono donne, e dei vietnamiti che oggi si sono inseriti in Giappone.

Tutto questo ci ha fatto comprendere quanto sia importante il compito che i missionari svolgono lontano dalla loro terra, per portare concretamente la buona notizia, l’amore di Dio per tutti i suoi figli, soprattutto verso coloro che ancora non lo conoscono.

Questo è il ricordo più sincero che tutti loro mi hanno trasmesso, che ho ritrovato in ogni saveriano che lì ho conosciuto e che appartiene a tutti coloro che continuano oggi la loro missione: la tenerezza paterna, la grande accoglienza verso tutti, la profonda umanità che, consapevole della propria fragilità e debolezza, in tutto e per tutto si affida a Dio, che può operare grandi cose attraverso i suoi missionari.



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