Mi chiamo come loro!
Eravamo 25 baldi giovani nel lontano 25 ottobre 1964 ad essere ordinati presbiteri per la missione. Alcuni di noi, superstiti, abbiamo ricordato questa ricorrenza domenica 8 settembre a Parma. Il nome missione trova oggi spazio soprattutto nelle tavole rotonde delle discussioni teologiche, ma la spinta missionaria, intesa da San Paolo e fatta propria dal nostro Fondatore, si è molto affievolita, se non addirittura spenta. Era proprio la passione per il Cristo che ti teneva inchiodato sulla riva del fiume Kopotokko in balia delle intemperie e dei cicloni per 12 anni senza corrente, telefono e mass media. Nel corso della storia le rivoluzioni ed i cambiamenti epocali non si contano e ai nostri tempi si susseguono ad un ritmo impressionante. Nel frastuono e nella frenesia dei cambiamenti è ancora avvertibile il grido di San Paolo? L’attitudine dell’uscita dal nostro io ci permette di entrare in punta di piedi nel Paese in cui siamo chiamati a rendere presente la missione di Gesù, senza presunzione o pretesa di insegnare, ma con la precisa coscienza che imparare la lingua del popolo, conoscere storia, cultura e tradizioni sono l’ABC della missione? Ricordo il 10 dicembre 2006, Giornata mondiale dei diritti umani, celebrata con enfasi dalla gente Das (i fuori casta di Chuknagar). Ho preso la parola e nella sorpresa generale ho detto: “Dopo tanti anni tra voi, ho acquisito il diritto di chiamarmi come voi… Das!”. Vidi allora i loro occhi brillare di gioia e accogliermi con uno strepitoso battimani. Da allora in poi sono Antonio Germano Das. Oggi, vorrei correre come una volta, ma l’età non lo consente! È la fase finale della missione, che trova il suo apice nella kenosis, nel graduale scomparire per l’invocazione finale: Maranatha, Vieni, Signore Gesù!







