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Martire tra i contagiati: ma non chiamatelo eroe

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Il sacrificio del dottor Carlo Urbani

Un anno fa, di questi tempi, la SARS entrava attraverso le immagini dei telegiornali nelle case di tutti gli italiani, irrompeva sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Un anno fa, di questi tempi, in un ospedale di Bangkok moriva Carlo Urbani.

Carlo non esitò un secondo

Carlo Urbani era un medico marchigiano di Castelplanio, non lontano da Ancona. Forse ai più il suo nome non dice molto. Eppure è difficile dimenticare chi, per primo, ha riconosciuto e isolato una malattia che in quattro mesi ha infettato almeno nove mila persone, ne ha uccise un migliaio e ha coinvolto più di 30 Paesi.

Tutto accadde il 28 febbraio 2003. Carlo Urbani viveva in Vietnam con la moglie e i tre bambini. Era coordinatore dell’Oms, l'Organizzazione mondiale della Sanità, per l'area del Pacifico occidentale. Suo compito era quello di seguire le strategie politico-sanitarie di quella regione asiatica, ma corse all’ospedale di Hanoi, dove era ricoverato un paziente cinese infettato dal virus della Sars. “Ho un ospedale pieno di infermiere che piangono. La gente corre, urla ed è totalmente terrorizzata. Non sappiamo che cos’è, ma non è influenza”. Furono queste le parole che il dottor Urbani riferì agli uffici dell’Oms e che misero in guardia il mondo dall’incubo della polmonite atipica.

Le tracce del lavoro di Dio

Ben presto Carlo entra a contatto con il mondo della povertà e della sofferenza attraverso Mani Tese. “Era un ragazzo sempre disponibile e felice di stare con tutti; aveva mille passioni per la testa e il sogno di aiutare la gente più sfortunata”, così signora Maria, la mamma di Carlo, ricorda l’adolescenza del figlio.

Padre Lino Maggioni, a quei tempi era maestro dei novizi saveriani ad Ancona. Ricorda di essere stato scosso da una telefonata, dopo i funerali del dott. Urbani. Era don Mariano Picotti, il parroco di Castelplanio: “Forse tu non lo ricorderai, ma Carlo faceva parte di quel gruppo che frequentava la comunità saveriana di Ancona negli anni ’70. Da voi ha sentito parlare per la prima volta della vocazione missionaria. In quei momenti ha maturato l’idea che anche lui sarebbe stato missionario, da medico”. Padre Lino, ascoltando queste parole, sentì i brividi dentro: "Ringrazio il Signore che parla al cuore dei ragazzi. Se siamo capaci di tenere lo sguardo aperto, potremo scoprire le tracce del lavoro che Dio sta facendo”.

L’esigenza di aiutare gli altri, sempre

Carlo, non è mai fermo. Tra un esame e l’altro, si impegna nell’Unitalsi e contribuisce a fondare il Gruppo di solidarietà a Castelplanio; oggi è un’istituzione che si occupa delle politiche sociali. La laurea in medicina è una tappa logica della sua vita, così come il matrimonio con Giuliana, atleta della squadra di pallavolo da lui allenata. Era il 1983: lui aveva 27 anni; lei appena 19. Carlo alterna, nella sua vita professionale, viaggi all’estero e attività ospedaliera in Italia.

Nel 1994 fa un progetto per la Mauritania, approvato dall’Oms. Si trattava di individuare e curare la schistosomiasi, un’infezione che colpisce le vie urinarie e che con il tempo può provocare cancro alla vescica e danni ai reni. Scriveva: “In Mauritania questi problemi sembrano insormontabili, gestibili solo con il supporto di un donatore esterno. Chissà per quanto tempo in altri villaggi e regioni le urine resteranno rosse”. Carlo Urbani nel 1999 diventa presidente di “Medici senza frontiere”, l'associazione internazionale che offre soccorso sanitario qualificato e tempestivo a popolazioni in pericolo. In quella veste ritira il premio Nobel per la paceassegnato alla sua associazione.

Nell’occasione disse: “Il premio non è per noi, ma per l’idea che salute e dignità sono indistinguibili nell’essere umano. È l’impegno a restare vicini alle vittime, a tutelarne i diritti, lontani da ogni frontiera di discriminazione e divisione, che ha avuto un Nobel per la pace”.

Inviato in Cambogia e in Vietnam

Nel 1996 Carlo Urbani con la sua famiglia si trasferisce in Cambogia. L’Oms voleva avviare un programma nazionale in un contesto difficile, mentre Medici senza Frontiere chiede proprio all’Oms un esperto per i bambini gravemente malati e con un ritardo di sviluppo. Tutto sembra funzionare, ma il precipitare della situazione politica costringe la famiglia Urbani a fuggire in Tailandia.

Di quell’esperienza scrive: “All’indomani del colpo di stato, cercavamo di rimettere in funzione gli ospedali della capitale. Tutto il personale sanitario era scappato. Capii che la mia presenza era diventata fondamentale il giorno in cui convinsi il direttore di un ospedale a riprendere il suo posto, in cambio della mia vicinanza fisica per tutto il giorno”. 

Nel 2000 c’è la scelta forse più importante. Carlo Urbani è ingaggiato dall’Oms, come esperto regionale per l'area del Pacifico occidentale. Quest'incarico significava lasciare definitivamente la casa e, soprattutto, trasferirsi in pianta stabile con tutta la famiglia. Il Natale di quell’anno, in una lettera inviata a casa, da Hanoi scrive: “Possiamo sostituire il tradizionale albero con alberelli di piccoli profumati mandarini, così pure per il presepe basta andare in uno dei villaggi su in montagna da queste parti, dove capita ancora che i bambini nascano in capanne, e al posto del panettone possiamo gustare profumati dolci di sesamo e miele. Ma questo non vuol dire che quaggiù non ci manchi niente... Ci mancate voi”.

Il drammatico epilogo di una vita donata

A casa trascorre il Natale del 2002, per far respirare ai figli l’atmosfera di festa in Italia. Nessuno immaginava che non sarebbe più tornato. Carlo Urbani si mette al lavoro per analizzare i campioni del virus della Sars, in collaborazione con lo staff medico dell’ospedale francese di Hanoi, per sollevare il morale e tenere la paura sotto controllo.

Il carattere e l’intuizione del dottor Urbani indussero il governo a prendere misure straordinarie, a introdurre nuove procedure di controllo per l’influenza atipica e a lanciare un appello internazionale per l’assistenza di esperti. Arrivarono specialisti dell’Oms, mentre Medici senza frontiere inviò tute adatte al controllo infettivo.

Carlo Urbani, però, non riesce a sopravvivere, per vedere i risultati della sua precoce scoperta. L’11 marzo comincia ad avere i primi sintomi, durante un volo verso Bangkok. Combatte per 18 giorni contro la Sars che lo aveva contagiato, fino al 29 marzo 2003.



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