La cultura della porta aperta
Esistono difficoltà oggettive (l’età di tanti saveriani che però spesso sono più giovani dei giovani; i problemi legati alla vita comunitaria, le abitudini difficili da modificare; la convinzione che la missione si fa solo in Africa e dintorni; le richieste del clero locale che assorbe molte energie...).
Nondimeno, sono emerse ancora una volta intuizioni e proposte. In particolare, è stata ribadita la necessità della testimonianza attraverso atteggiamenti e spazi di accoglienza, prima di tutto nelle comunità, e il bisogno di iniziare a concretizzare queste prospettive. In più, la fattiva collaborazione fra i tre rami della famiglia saveriana sono già di per sé un esempio importante.
Infine, la bella relazione di Pietro, oltre ad aiutarci a comprendere come gran parte della propaganda attuale sulla cosiddetta invasione di immigrati sia basata su falsità, ci ha fatto conoscere l'iniziativa #ioaccolgo con la partecipazione della CEI che, attraverso corridoi umanitari gestiti dalla Comunità di S. Egidio, propone l'accoglienza in casa propria di un rifugiato. È un modo concreto per affrontare problemi reali, in modo ecumenico, senza costi per lo stato; potrebbe diventare un segno importante per le comunità saveriane, anche con l'apporto dei laici, e potrebbe essere un concreto strumento di promozione vocazionale.
Certo, ci sono tanti limiti. Bisogna imparare cosa significa la fragilità e l'impotenza, ma forse bisogna saper chiedere e fare rete, nella corresponsabilità. La cultura della porta aperta deve diventare un elemento significativo vocazionale, con specifici percorsi formativi.
Nelle conclusioni, naturalmente interlocutorie, si è ricordata la necessità di portare proposte, anche in vista del prossimo Capitolo Regionale. Infine, tutti hanno manifestato un ringraziamento sincero sia a coloro che hanno organizzato l'incontro, sia alla comunità di S. Pietro in Vincoli per la squisita ospitalità.







