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Lo sanno tutti che la città eterna è un crocevia del mondo. Qui ci si imbatte sempre in un sacco di gente che arriva da tutti gli angoli della terra: tante persone attratte dalle bellezze della sua storia e della sua arte, insieme ai moltissimi che vi giungono in un pellegrinaggio spirituale, per venerare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, incontrare il papa e pregare presso le basiliche e le catacombe - luoghi dove continua ad essere viva la memoria dei primissimi cristiani e di innumerevoli santi.

Roma manifesta l’universalità della Chiesa, e questa è una qualità a cui i missionari tengono in modo speciale. In particolare, è nelle celebrazioni pontificie che la cattolicità trova una delle sue espressioni più belle, quando il colonnato di piazza San Pietro sembra stringere in un solo abbraccio quella grande “famiglia di Cristo”, la cui costruzione San Guido Maria Conforti indicava ai suoi figli missionari come il grande ideale da realizzare. A un saveriano di passaggio, che si ferma alla casa generalizia prima di proseguire per una visita in famiglia o ripartire per la missione dall’aeroporto di Fiumicino, fa bene respirare l’aria di questa città, come pure recarsi presso la reliquia di San Francesco Saverio nella Chiesa del Gesù, per affidare il proprio lavoro missionario alla sua protezione e preghiera.

Ma nel 2020 Roma sta offrendo un’immagine quasi surreale di sé. La pandemia di Covid-19 ha cambiato il volto della città. Le restrizioni sui viaggi hanno palesemente ridotto il numero di pellegrini e turisti, mentre le normative e le precauzioni per impedire la diffusione del contagio hanno reso - è proprio il caso di dire - più asettica la partecipazione alla preghiera comune nelle chiese. Fa piangere il cuore camminare attraverso una piazza San Pietro quasi deserta. Non si era mai vista una Roma così!

Quest’anno, per alcuni missionari, Roma non è il solito crocevia di passaggio, ma è diventata un luogo di lunga sosta. La pandemia sta condizionando anche le partenze e i rientri in missione. La stessa Direzione Generale dei missionari saveriani ha dovuto annullare molte delle sue visite ai confratelli nei vari continenti. Fino a quando? È questa la domanda che continua a rimanere senza risposta. Il cuore è sempre rivolto laggiù, oltre i confini lontani, dove, dopo anni di impegno e sacrificio, ci si sente ormai a casa propria. Non poter ripartire per la missione è un piccolo dramma. In questo condividiamo in minima parte il dramma più grande di tanti italiani e italiane che vivono nell’incertezza sul futuro a causa della pandemia.

Costretti a rimandare la partenza fino a una data che resta da definire, l’attesa diventa un modo nuovo di fare missione. È un esercizio di pazienza, e la pazienza è una virtù missionaria perché ci allena a rispettare i tempi di Dio e del cammino personale di ogni persona. L’attesa raffina l’amore, perché costringe a metter Dio e il prossimo al primo posto rispetto ai nostri piani e desideri. L’attesa fa bene alla carità perché fa crescere la nostalgia per i fratelli e le sorelle al cui servizio si sta dedicando la vita.

L’attesa fa scoprire nuovi modi di essere missionari: modi nuovi ed antichi allo stesso tempo, come la preghiera. Pregare per i missionari e le loro comunità, per la chiesa e le sue necessità, per il mondo e i suoi numerosi problemi. Nella preghiera, amici e benefattori dei saveriani possono evangelizzare tanto quanto i missionari che operano in terre lontane o che si trovano bloccati a Roma. L’attesa ci accomuna all’esperienza di San Francesco Saverio. Egli concluse la sua vita su un’isoletta alle porte della Cina mentre aspettava invano una barca che finalmente lo portasse nel Celeste Impero. Fu proprio inutile quell’attesa? Era l’anno 1552 quando San Francesco Saverio moriva scrutando da lontano le coste della Cina. In quello stesso anno, a Macerata, nasceva Matteo Ricci, il celebre gesuita che continuerà il lavoro di San Francesco e darà inizio alla grande epopea dell’evangelizzazione moderna della Cina.

Fa bene fermarsi a Roma anche in tempi di pandemia. Osservando i segni della sua lunga storia e considerando le alterne vicende di cui l’Urbe è stata testimone, si capisce che dobbiamo guardare alla lunga. Come Roma, anche la Chiesa ne ha viste tante. Tutto passa, anche la pandemia passerà. Solo ciò che è secondo il disegno di Dio resta. Si tratta di attendere.



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