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LA PAROLA

1Maria e Aronne parlarono contro Mosè, a causa della donna etiope che aveva preso. Infatti, aveva sposato una donna etiope. 2Dissero: “Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?”. Il Signore udì. 3Ora Mosè era un uomo assai umile, più di qualunque altro sulla faccia della terra… (Numeri 12,1-3)


Maria, Mosè, Aronne: personaggi essenziali, l’uno per la vita dell’altro e nel percorso di libertà del popolo d’Israele. Eppure, a un certo punto del cammino verso la terra della promessa, una ridda di pensieri cominciano ad abitare Maria e Aronne, consumando come un tarlo la comunione fino ad allora vissuta.

Quella cognata non ebrea, trovata da Mosè chissà dove in mezzo al deserto, stava sul gozzo a entrambi. Può il condottiero di un popolo avere una sposa straniera? Perché l’aveva presa con sé, con quei figli di dubbia identità? Meritava proprio Mosè il ruolo di preminenza che aveva assunto?

Non era forse grazie a lei, Maria, che Mosè era scampato, bambino, alla morte (Es 2)? Non era forse lei la profetessa che aveva suonato, cantato e danzato sulla spiaggia del mare la liberazione di tutto il popolo (Es 15,20)? Non era forse Aronne che era andato incontro al fratello nel deserto per riaccoglierlo nel suo popolo (Es 4,27)? Senza di lui, che avrebbe fatto Mosè, con la sua lingua incespicante? Non aveva forse corso Aronne il più grande rischio, parlando a più riprese al Faraone?

Tutto sembra infranto attorno a Mosè: il popolo si lamenta a ogni piè sospinto, pieno di rimpianti della condizione di schiavitù; anche il nucleo familiare si dissocia e lo considera quasi un usurpatore. Gli uni per sfiducia, gli altri per invidia. Mosè si trova solo. Con la sua sposa straniera, più fragile di lui e in un popolo non suo.

La libertà politica verso la quale sta conducendo il popolo non significa la libertà dalle schiavitù interiori.

Prima di tutto la gelosia, che si rode per il bene e gioisce per il male. Che è preoccupazione di affermarsi, costi quel che costi. Che è, nella storia, l’eco permanente del cuore di Caino.

Mosè non si difende, non contesta, non espone ragioni. Era infatti un uomo “assai umile”, “mite”, figura di quel Re che verrà cavalcando non un cavallo da battaglia, ma un semplice asino (Zc 9,9); anticipo di quel popolo di anawim, di poveri e umili, cui verrà offerto il Regno. Mite è colui che è “curvo” di fronte a un compito, che non si è attribuito e da cui non cerca gloria.

Si difende ciò che si è conquistato, non ciò che si è ricevuto.

Mosè sa che è tutto un miracolo, che ciò che ha fatto è stata tutta un’obbedienza e che il bastone che usa per i prodigi è simbolo di una forza che viene da altrove. Il suo sguardo è totalmente spostato da se stesso verso Colui che gli parla “bocca a bocca” (Nm 12,8). Che ascolta e che sa. Mosè tace. La lettera agli ebrei rivela il suo segreto: “Rimase saldo, come se vedesse l’invisibile” (Eb 11,27).

Il tarlo della gelosia e dell’invidia può comparire anche nelle relazioni più belle. Scontenti di noi stessi, troviamo insopportabile che qualcuno faccia qualcosa di bello e ne riceva apprezzamento.

Muore la gioia, si spezza la comunicazione. Dall’altra parte, la tentazione è forte: di ribattere, di accusare, di giustificarsi, di “scaricare” l’altro.

Mosè indica la strada, quella che percorrerà fino alla fine l’altro Profeta (Dt 18,15ss), e che Maria di Nazareth rifletterà per prima nella sua semplice esistenza: “In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti” (EG 288).

Trovare in noi stessi, e al di là di noi stessi, le ragioni del nostro comportamento, ci fa diventare, da pulcini intirizziti a ogni goccia d’acqua, “anatre che si ritrovano secche dopo l’acquazzone con una sola scrollata”, come dice la saggezza africana.



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