Nella terra dei martiri
Dal 25 giugno al 7 luglio 2014, abbiamo compiuto un pellegrinaggio in Kivu, la terra dei martiri, nella repubblica democratica del Congo. Eravamo 34 pellegrini, da diverse parti d’Italia e con diversa esperienza di vita, ma uniti dall’unica devozione per tutti i martiri della terra.
La prima tappa è Mutarule, il “villaggio martire”, sulla strada di “escarpement” che, dalla piana del fiume Ruzizi sale fino a Bukavu, seguendo la “scarpata” delle colline in terra rossa.
Qui il 6 giugno scorso, a colpi di machete e baionette, sono state uccise 37 persone, mentre erano in preghiera all’aperto. Sulle foglie di banano, stese quasi a fare un tappeto per la celebrazione, sono ancora disseminati pezzi di vestiti, scarpine di bambini e ciabatte, tamburi e nacchere, chiazze di sangue rappreso. Le croci sono piantate in terra, al margine della strada principale, ancora senza nomi. Il villaggio è completamente deserto: da quel giorno nessuno vive più in queste “case del terrore”. Matarule è oggi l’immagine simbolo del Congo, insicuro e abbandonato.
La seconda tappa è Kanyola, il villaggio dell’oro, in cui la vivace comunità cristiana ha sofferto in modo indicibile: “Se non è stata uccisa, la donna ha perso un marito, un figlio, una casa”, ci ha detto una mamma.
Qui pian piano la gente sta costruendo un “memoriale” per le tante vittime tra gli abitanti dei villaggi della zona.
Hanno voluto raccogliere, villaggio per villaggio, tutti i nomi delle vittime, e anche la parentela, nel caso di famiglie sterminate.
La gente ci accompagna nel pellegrinaggio, mentre saliamo i gradini, passiamo sotto l’arco d’ingresso, scendiamo nel pozzo del sacrario, mentre loro restano fuori, tutti attorno.
Ascoltiamo alcuni testimoni, che ci parlano di torture e vessazioni, di donne violentate e abbandonate. Incontriamo le vedove, i bambini orfani: tanti davvero!
La terza tappa è la città di Bukavu, nella piazza ora chiamata con il suo nome: il martire vescovo mons. Christophe Munzihirwa, ucciso il 29 ottobre 1996.
Ucciso in piazza, perché amava e difendeva la gente dall’ingiustizia sovrana: dava fastidio. Ucciso e abbandonato.
Sono stati i saveriani, il giorno dopo, a raccogliere le spoglie e ricomporle, nella casa di Vamaro, che ospita gli studenti di filosofia.
Il “saggio guardiano”, come viene ancora chiamato affettuosamente dalla gente, è il simbolo della sete di pace e riconciliazione di un intero popolo e di una chiesa che ha il coraggio di esporsi per vivere il vangelo con coerenza.
Spesso ripeteva: “Ci sono cose che solo gli occhi che hanno pianto possono vedere”. Anche noi pellegrini alla terra dei martiri non abbiamo potuto trattenere le lacrime.







