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Un saveriano DOC: Fratel Edoardo Palumbo

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Quando nella primavera del 1970 padre Generale, mons. Gazza, mi invitò a lasciare l'Indonesia per tornare in Italia, posi una lunga resistenza: avevo già trascorso otto anni nella casa di Alzano prima di ottenere la partenza per la missione, ed ero convinto d'aver dato un contributo sufficiente ai Saveriani d'Italia. Ma si sa, quando una cosa ti viene chiesta per obbedienza, al religioso non resta altra scelta che fare l'altrui volontà. Occorreva un rettore nella casa di Salerno - scriveva nella sua terza lettera il Generale - e lì mi trovai nel settembre di quell'anno.

A Salerno incontrai per la prima volta due dei tre fratelli coadiutori che facevano parte della comunità: Palumbo e Raimondi. Il terzo, fratel Di Spirito, mi aveva insegnato a fare il pane durante l'anno di noviziato a S. Pietro in Vincoli. "Com'è piccolo!" qualcuno esclamò nel vedermi arrivare. E subito imparai che a Salerno "piccolo" vuol dire giovane, mentre "appiccicarsi" (i ragazzi della casa lo facevano spesso) significa litigare.

Scrivere qualcosa su fratel Palumbo è una gioia e un tormento insieme, dal momento che la sua personalità era complessa, forte e nello stesso tempo ricca d'una tenerezza che, per chi ha avuto la fortuna di assaporarla, colpiva profondamente. Trascorsi con lui solo 16 mesi, perché a fine dicembre del 19 71 nacque la Provincia Saveriana d'Italia ed io dovetti lasciare Salerno per trasferirmi a Parma. Ma quel breve periodo fu più che sufficiente per venire a conoscere la vita interiore di un'anima, a mio avviso, eccezionale.

Fratel Palumbo era allora sui sessant'anni. Ma appariva molto più anziano e provato, soprattutto per la vista che andava sempre più affievolendosi. Ma nonostante la salute cagionevole,  era un lavoratore instancabile. Il vasto orto della casa era accudito come un giardino; frutta e verdura, nonostante la comunità fosse assai numerosa, allietavano la nostra mensa per lunghi periodi dell'anno. Nel tardo pomeriggio il fratello era solito salire in camera. La vista debole non gli permetteva più lunghe letture, ma si sforzava di farlo.

Mi accorsi ben presto delle conoscenze teologiche di cui era ricco e della vita interiore che coltivava con la preghiera e la meditazione. Purtroppo la sua "teologia" era ferma agli anni prima del Concilio, impedito com'era ad aggiornarsi. I mutamenti che negli anni '70 andavano avviandosi nella Chiesa e nella stessa vita religiosa lo turbavano e lo mettevano in crisi.

Salivo spesso da lui, la sera, perché ero interessato ai suoi commenti, al suo sommesso lamentarsi della situazione della Chiesa e delle comunità religiose, a suo parere, diventate troppo lassiste. Scoprivo in lui una vita saveriana ben salda nelle radici, ma con le fronde scosse da venti tempestosi. Sembrava ascoltarmi con deferenza, con una stima che non so da dove venisse, forse dalla sua fede che lo portava a vedere Cristo nel superiore (ero così "piccolo"!). Ma poi lui rimaneva fermo nelle sue idee, granitico nelle sue convinzioni.

Nonostante i miei sforzi, le mie capacità dialettiche (?!) e soprattutto l'amore e la stima che crescevano in me nei suoi riguardi man mano che la conoscenza andava approfondendosi, non riuscii mai a scalfire le sue idee, anche in modo superficiale. Povero fratel Palumbo, quanto deve aver sofferto assistendo al modo con cui la formazione dei giovani Saveriani veniva portata avanti in quegli anni! Era cecuziente, ma il suo cuore, il suo attaccamento alla Famiglia saveriana ci vedevano benissimo!

Lo rivedo ancora, con gli scarponi pesanti di fango e il cane che gli scodinzolava accanto, trafficare nell'orto, andare su e giù, con passo incerto, per i sentieri scivolosi della collina. E le lunghe ore di preghiera, di silenzio, di contemplazione. Certamente erano quelli i momenti nei quali la sua fede si riprendeva dai colpi che la vita religiosa di quei tempi gli andava procurando.

Ricordo quando, ormai trasferito a Parma, scendevo a Salerno per le mie visite alla comunità e riprendevo con lui le antiche conversazioni. Sembrava che il tempo si fosse fermato. Ancora la stessa stima, la medesima deferenza; ma il tormento, acuito dal fatto ch'io fossi il Provinciale, e quindi a maggior ragione il responsabile dello sfascio verso il quale - a suo parere - la Congregazione saveriana stava camminando a grandi passi.

Ti lasciava parlare, ti ascoltava anche; ma capivi che non era assolutamente d'accordo. In una delle mie ultime visite prima del mio ritorno in Indonesia (1978) mi disse: "Caro padre, io cerco di capire tutto quello che lei così gentilmente mi viene spiegando. Ma in me si fa sempre più radicata la convinzione che oggi i miei voti religiosi non siano più validi, perché quando li emisi la Congregazione era diversa".  E mi confidò che era fortemente tentato di lasciare la comunità e ritirarsi in famiglia, presso uno dei suoi fratelli. Gli sembrava, stando all'Istituto di mangiare il pane a ufo.

Lo guardavo dalla finestra, mentre lavorava nell'orto. Era autunno, ed ormai la sua vista era ridotta al lumicino. Accarezzava con la mano i grappoli d'uva e poi, a colpo sicuro, "zac!": le forbici facevano il loro dovere. Ogni volta raccomandavo ai confratelli di non dire scempiaggini alla sua presenza, di non provocarlo. Ma per qualcuno, specie per i più giovani, era una tentazione troppo forte suscitare le violente reazioni del fratello. Uno scherzo crudele: non ci si rendeva conto di quanto quelle battute, quelle uscite non sempre opportune, facessero soffrire quel sant'uomo.

Poco prima dell'ultimo Natale il Signore lo ha chiamato a sé. Caro fratel Palumbo: siamo vissuti pochissimo insieme, eppure il suo ricordo mi ha sempre accompagnato. In questi anni gli ho scritto, ogni tanto, perché sentisse che la Congregazione gli voleva bene. Ora certo vedrà da lassù che, dopo tutto, non eravamo poi così cattivi, che anche noi amavamo la Famiglia saveriana, e il suo cuore avrà finalmente trovato la sua pace. Quella vera, d'un Saveriano doc.



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