Lance trasformate in palme
Una gioia così grande da scoppiare!
Padre Modesto Todeschi è un saveriano trentino, missionario in Burundi. Ci ha scritto per raccontarci la sua domenica delle palme.
Il documento “Chiesa in Africa” cita la profezia di Isaia: ”È tempo che i popoli spezzino le loro spade per farne vomeri e le loro lance per farne falci!”. Mi colpisce sempre questo mutare dell’animo umano. La storia insegna. Ma la tentazione torna e sembra essere una malattia cronica. Si passa in fretta da “osanna, osanna” a ”crocifiggilo, crocifiggilo!”.
Si potrebbe dire che le palme si trasformano in lance. In realtà, si può anche dire il contrario. Si può sperare che le lance si trasformino in palme.
Un tendone per tetto
La domenica delle palme ero a Gishingano, una comunità periferica della missione. Conoscevo un po’ la zona perché nove anni fa ci andavo abbastanza frequentemente per incontrare, incoraggiare, celebrare. Nel ‘95, infatti, la guerra aveva distrutto il popoloso quartiere di Kamenge e diversa gente si era rifugiata proprio lì. Ma poi la guerra era arrivata anche a Gishingano.
Le scuole elementari sono state distrutte due volte, e ora resta solo qualche rudere. I banchi degli scolari sono stati usati come legna da ardere, scoraggiando il desiderio di riprovare a ricominciare. La chiesetta, già vecchia e mal messa, è rimasta scoperta perché hanno portato via le lamiere; adesso è coperta con un tendone, ma la struttura è diventata fragile per le piogge.
Il fruscio della gioia
A Gishingano, quest’anno, ho goduto profondamente nel vedere che, in una zona tanto dilaniata, la chiesa era piena zeppa e c’era una gioia indescrivibile, stupenda, da scoppiare! E le palme? C’erano quasi più palme che persone. E quando, alla benedizione, le hanno alzate, non si vedeva più nessuno: solo rami di palma. E si sentiva un fruscio pieno di gioia.
Mi veniva spontaneo dire a tutta quella gente: “Nonostante tutte le prove e sofferenze, nonostante questo duro calvario, i vostri giovani sono segno vivo di speranza e di risurrezione”. Sembrava già Pasqua. C’era fretta di celebrare la Pasqua. Come non pensare che dove c’erano tante lance ci possono essere tante palme?
“I vostri figli sono anche miei”
I bambini di Kamenge non mi conoscevano, dal momento che erano passati nove anni. La catechista Imelda mi presentava come una persona conosciuta, perché due volte ero fuggito con loro durante i bombardamenti. Ricordava che avevo comprato le banane per i bambini, mentre salivamo verso la parte più alta della montagna per metterci in salvo. In quel momento ho provato tanta gioia.
Anch’io ho un ricordo particolare, perché proprio lì una volta, durante le prime comunioni, avevo rischiato di essere fatto fuori. L’avevo scampata per miracolo: altri giovani erano arrivati a combattere contro quelli che volevano finirmi.
Ricordo che mi chiesero: “Ma come hai fatto a passare? Come mai rischi tanto per noi?”. Spontaneamente risposi: “Come potrei parlarvi di Dio se non sapessi sperimentare un po’ la vostra vita e il vostro rischio? Se avessi moglie e figli me lo impedirebbero. Ma dato che la mia famiglia siete voi, i vostri figli sono anche miei. Perciò, eccomi!”.
Ci fu un applauso spontaneo, indimenticabile. Non poteva certo esserci una dimostrazione più bella del valore missionario del celibato.
Figli della risurrezione
La festa delle palme con questi vecchi ricordi aveva un sapore intenso e stupendo. Dico ancora grazie al Signore che mi ha dato il privilegio e la gioia di poter essere missionario. La gioia, la luce di quei volti, la sorpresa di ritrovarci insieme e di avere questi ricordi in comune, mi fanno capire che vale la pena di essere, di osare e di sentirsi “figli della risurrezione”.
La testimonianza delle danze, dei canti, delle corali dei cristiani di Gishingano sono davvero una dimostrazione che la Pasqua è vera e che la risurrezione porta i suoi frutti, nonostante le guerre, le lance e le spade. Diventino palme anche le mitragliatrici e i revolver. E sarà pace, a Kamenge e nel mondo.







