Dammi un cuore, Signore
Una preghiera e un’invocazione
Un cuore grande per amare, pronto a lottare, a soffrire e morire con te. Così inizia il canto L’uomo nuovo che da giorni mi martella nella mente, in questo mese dedicato al sacro Cuore di Gesù, di cui si celebra la festa il 18 giugno. Il Cuore trafitto per amore che ha versato fino all’ultima goccia di sangue per noi.
Sentirsi uomini nuovi
Il canto è stupendo. La musica ancor più delle parole. Mi fa sentire, o almeno mi sembra, di esser davvero un “uomo nuovo”. E non per merito mio, ma di Colui che “mi ha amato e si è dato a me”, come esclama san Paolo. Mi viene in mente l’antica profezia di Ezechiele (36,24-28) in cui Dio stesso promette al suo popolo: “vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo”.
Ecco il miracolo che solo Dio poteva fare, e lo ha fatto per mezzo di Gesù che con la sua crocifissione ha vinto la morte, con la sua risurrezione ci ha dato una vita nuova e con Ia Pentecoste ha effuso su di noi il suo Spirito.
Un cuore santo...
Da qui nasce il cuore nuovo, il cuore grande. Un cuore ben diverso da quello di carne, un muscolo fragile che può ammalarsi e fermarsi per sempre, se non viene curato tempestivamente. Io sono esperto in questa materia, avendo avuto un infarto a 28 anni, quando ero da poco arrivato in Bangladesh.
Ho dovuto lasciare la missione e perfino la speranza di tornarvi, essendo costretto a convivere con i disturbi dei cardiopatici. Sono passati quarant’anni; ho cercato di vivere il più normalmente possibile, lavorando come una persona sana.
Agli inizi della malattia pregavo per guarire, per riavere un cuore sano. Poi ho imparato ad accettarmi così com’ero, chiedendo al Signore di darmi piuttosto un cuore santo, un cuore davvero nuovo, un cuore come il suo.
Allora non importa più dove sono, se qui in Italia o nel terzo mondo. Non importa più quello che faccio, se sono direttore spirituale o animatore dei giovani o economo della comunità o incaricato del ministero e dell’animazione missionaria. Non importa più se sono malato o sano, se sono vecchio o giovane. Importa una cosa soltanto: avere un cuore buono, un cuore fedele, un cuore simile a quello di Gesù.
… fino ai confini del mondo
Solo così si è missionari autentici. E lo si è per sempre. Perché ciò che conta è amare, e l’amore è eterno, come insegna la bibbia: “Dio è amore, e chi sta nell’amore sta in Dio e Dio in lui”.
E allora ripeto la preghiera di Haguenin, l’apostolo dei girovaghi, che scrissi sull’immaginetta della prima Messa, quasi 43 anni fa: “Vorrei, o Signore, non pensare che agli altri. Allarga il mio cuore fino ai confini del mondo, perché possa accogliere tutto il dolore degli uomini. Fa pesare sul mio cuore, fino al tormento, l’ansia quotidiana per la salvezza di tutti”.








