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L'Africa a servizio dell'Africa, Colloquio con p. Paulin Shadari

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Padre Paulin Shadari è un giovane saveriano congolese. Ha studiato teologia presso la comunità saveriana di Parma e da tre anni è missionario in Sierra Leone. Lavora nella missione di Madina insieme al maceratese p. Filiberto Corvini, responsabile della missione, e al bresciano fr. Bruno Menici, che si occupa dei malati nell'ambulatorio e nei villaggi.

Recentemente ho avuto l'opportunità di intervistare p. Paulin, un africano missionario in Africa.

Un congolese in Sierra Leone!

Sì, sono in Sierra Leone da tre anni. Provo un'immensa gioia nel portare la Buona Notizia a un popolo che ha una triste esperienza di guerra, le cui tracce sono ancora molto visibili sia nelle persone che nelle strutture della società. La gioia di dar loro speranza mi anima a diventare sempre più uno di loro, in un cammino di ricerca reciproca.

Sei sempre così entusiasta?

No. Spesso provo tanta sofferenza, soprattutto quando non posso aiutare le persone bisognose che vengono a bussare alla porta della missione. E allora mi rivolgo a Gesù. Gli chiedo la serenità nell'accettare le cose che non riesco a cambiare e il coraggio di camminare sempre insieme a questo popolo. Cerco di tenere sempre vivo in me quell'amore che mi spinge a riconoscere Cristo in tutto e in tutti, come ci ha insegnato il nostro fondatore beato Conforti.

Cos'hanno in comune Congo e Sierra Leone?

Gli europei generalmente pensano all'Africa come se fosse un solo grande Paese, per cui gli africani sono tutti uguali. Non è così, ma abbiamo alcune cose in comune, noi con la pelle nera. Ci accomuna la capacità di accontentarci delle piccole cose della vita. Non abbiamo il senso del futuro, tutto è al presente. Ci basta pensare alla vita di ogni giorno. Per esempio, non abbiamo il frigorifero; così mangiamo quanto troviamo nella savana, nei campi, nella foresta. Il nostro frigorifero è il mercato. Se un genitore muore, è tutta la famiglia allargata che soffre. Non abbiamo lo spirito del risparmio e viviamo la vita con un certo fatalismo.

È così anche in Sierra Leone?

Anche qui ho trovato che la gente vive in grande tensione per la paura del malocchio e della stregoneria. Si tolgono facilmente la vita. La paura della stregoneria rende la gente prigioniera di cattive credenze. Lo si sente passando nelle loro case, ascoltando i loro discorsi. È terribile. Perciò diventa sempre più urgente predicare Cristo, il vincitore del male e il liberatore dell'uomo.

C'è una spiegazione?

Le tradizioni ataviche sono molto forti e i sierraleonesi ne vanno orgogliosi. Fanno parte della loro identità. Spendono delle fortune per i riti d'iniziazione. Quando ci sono il "bambani" (iniziazione per i maschi) o il "bondo" (iniziazione per le donne), non si può più lavorare. Tutto si ferma, anche l'attività pastorale. Le aule si svuotano e la scuola non esiste in quei giorni.

Dall'altra parte, i sierraleonesi sono un popolo semplice, amichevole, accogliente, che dice sempre in ogni occasione "Yes fada - Sì padre", come segno di rispetto. Proprio il contrario di un congolese di Kasongo (come sono io), che non ha alcun pudore a dire un bel "no" in faccia.

Come sono visti qui i cristiani?

Dopo qualche mese a Makeni, il centro della nostra diocesi, dove mi occupavo di una piccola comunità, ora sono a Madina che è una parrocchia ai confini con la Guinea Conakry. I cristiani sono solo l'uno per cento in un territorio dominato dai musulmani. È un islam un po' particolare, non è fanatico. Nella stessa casa si possono trovare persone di diverse religioni, che condividono la loro vita quotidiana in pace, senza problemi. E questo mi ricorda la mia terra di Kasongo e di Ngene, in Congo, dominate dai musulmani: anche lì si convive, rispettandoci reciprocamente.



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