La violenza: Una guerra contro le donne
"Ma Dio saprà rimetterci in piedi!"
Le guerre congolesi sono state guerre contro i profughi e contro la popolazione locale. La gente lo ha capito pian piano dalle rappresaglie. Perciò fuggiva in foresta, dove era esposta a disagi e fame, malattie e morte. Le mamme arrivavano a nutrire i figli e loro stesse con la sabbia bagnata dei torrenti, per dare un’illusione di cibo. In foresta bisognava guardarsi dalle bande di ogni tipo che attaccavano, depredavano, violentavano, uccidevano. Una situazione che perdura ancora nelle foreste intorno a Bukavu.
Violentate, per distruggere un popolo
Decine di migliaia di donne hanno subito violenze, con l’aggravante del rischio Aids. Una donna abusata parla a nome di tutte: "Vogliono umiliarci in ogni modo. Non vogliono che noi mettiamo ancora al mondo, non vogliono neppure che noi viviamo, perché ci distruggono nel nostro cuore e nella nostra anima".
Lo stupro lascia spesso nelle donne un senso di colpa. L’anno scorso quindici ragazze giovani, appena fuggite dalla foresta dove erano costrette a schiavitù sessuale, erano frastornate. "Potrò ancora fare la comunione?", mi ha chiesto un'adolescente. Un’altra ha confessato: "Io volevo pentare suora…".
Una donna di età matura, da poco giunta a Bukavu fuggendo dalla foresta, ha testimoniato la sua storia nell’agosto scorso. Uomini armati avevano scovato lei, suo marito e suo figlio in foresta. Dopo aver ucciso il marito, che aveva cercato di difenderla, l'hanno violentata in dieci e poi hanno ordinato al figlio di giacere con lei. Al suo rifiuto, hanno ucciso anche lui. Piccola, ancora con gli abiti laceri, mi raccontava piangendo il suo dramma.
Ha detto un medico di Bukavu: "I rapporti sessuali non sono la principale motivazione dei violentatori. Essi vogliono distruggere la vittima. Non cercano di uccidere, ma di distruggere".
Aggredite insieme ai bambini
Alcune "brigate" avevano come scopo di commettere violenze sessuali, usando lo stupro come arma di guerra. Il rapporto della MONUC (novembre 2006) denuncia una serie di violazioni recenti dei diritti umani, tra cui lo stupro, a opera di elementi armati stranieri e di militari congolesi. In un rapporto di Amnesty International (2004) si legge:
"Durante la guerra nell’est del Congo, decine di migliaia di donne e ragazze sono state oggetto di aggressioni sessuali compiute in modo sistematico dai combattenti. Molte sono state violentate a più riprese. In molti casi, donne e ragazze sono state utilizzate da parte dei gruppi armati come schiave sessuali. Spesso sono atti compiuti in pubblico e davanti ai familiari della persona aggredita, specialmente ai bambini. Alcune donne sono state violentate accanto ai cadaveri dei loro cari... Lo stupro è stato usato in modo deliberato e strategico per attaccare i valori fondamentali della comunità, per terrorizzare e umiliare e per imporre la supremazia di un gruppo su un altro. Molte donne sono state abbandonate dal marito ed escluse dalla comunità, il che ha condannato loro e i loro bambini a una estrema povertà. Il clima di insicurezza fa sì che queste donne vivano nella paura di rappresaglie, qualora esse rompessero il silenzio per accusare i loro aggressori".
La resistenza di Pascasia e le sue sorelle
La donna, fonte sacra della vita, la donna madre, la donna sorella, la donna sposa, la donna figlia è stata calpestata dalla guerra. Come ha potuto resistere a una simile tragedia?
Pascasia era nata nel 1985 nel villaggio di Mugogo, nel Sud-Kivu. Da Bukavu, dove era sfollata, un giorno era tornata al villaggio per visitare la zia. Il villaggio era deserto e i ribelli armati vi gironzolavano. Sono piombati su di lei per violentarla, ma ella ha resistito. Ferita, ha detto: "uccidetemi, ma non cederò!". Uno dei militari, inferocito, le ha sparato due colpi al petto.
Pascasia ha continuato a preparare il cibo finché le sono venute meno le forze. Ha detto alla sorella: "Chiedi perdono a papà, perché sono venuta qui senza il suo permesso. Chiedi perdono a tutti coloro che ho offeso. Io perdono a tutti quelli che mi hanno offeso...". Poi ha chiesto la corona del rosario e si è messa a pregare. È morta prima di terminare il rosario. Era l’8 aprile 2003. Aveva solo diciott’anni.
Léonie, rapita e violentata, eccezionalmente riaccolta dal marito, era pentata la coordinatrice del gruppo delle donne violentate. Le accompagnava in città, nei giorni previsti per le cure. Quando siamo arrivate, aveva cominciato a parlare, ma ha visto dei giovani che la guardavano con un fare sospetto: "È possibile che vadano a riferire che io sto parlando con voi, ma parlo lo stesso". Léonie è stata rapita di nuovo e poi liberata.
Mawazo, dopo l'uccisione del marito, per quattro anni era stata schiava di gruppi persi e minacciata di morte. Anche la figlia adolescente, che aveva messa al riparo, era stata presa e aveva subito la stessa sorte. Ha voglia di impegnarsi, con altre donne come lei. L'ho invitata a parlare alle suore, a nome delle donne sfollate a Bukavu. "Che cosa ti ha sostenuto in questi anni?", le abbiamo chiesto. "La fede in Dio", ha risposto.
Non meno grandi le donne violentate per aver osato andare ai campi a coltivare per nutrire la famiglia, le donne strappate a un matrimonio appena celebrato o ai loro sogni di adolescenti. Ritornano e trovano i loro legami familiari infranti, con una maternità imposta da altri... Daranno vita a un figlio che forse un giorno sarà loro nemico e che comunque ricorderà loro la violenza subita. Eppure, questi figli nascono. Eppure, dopo qualche incertezza li prendono a cuore e in braccio.
Immagini del "Servo sofferente"
Le donne dei Grandi Laghi non sono tutte e del tutto sante. Anche fra loro c’è chi ha ceduto alla logica del più forte, salendo sul carro del vincitore. Ma queste altre donne - centinaia di migliaia - sono immagini attuali del "Servo" che soffre a vantaggio di tutti. "Se non gli perdono io, chi gli perdonerà", diceva morendo una di loro.
A noi, qui, non resta che imparare questa resistenza, questa capacità di trovare nel proprio spirito un angolo di luce più forte di ogni umiliazione e rifiuto, che ci rimetta in piedi ad ogni colpo. Anche all’ultimo, Dio saprà come rimetterci dritti. Dalla loro resistenza nasca una speranza anche per chi le ha calpestate.







