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Testimonianza: Il racconto della giovane Sifa

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Un solo desiderio nel cuore

La sera del 6 novembre 2006, due ragazze di 18 e 19 anni arrivano al Centro Olame di Bukavu, che accoglie le donne che hanno subito violenze. La prima era stata catturata il 10 novembre 2005 ed è tornata al suo villaggio il 1° ottobre 2006. L’altra era stata presa il 9 agosto 2005 ed è rientrata a casa il 27 ottobre 2006, dopo tre giorni di cammino. Le due giovani hanno riacquistato la libertà dopo una fuga coraggiosa. Ecco il racconto di una di loro, che chiameremo Sifa. Rimasta nella foresta più di 14 mesi, quando è fuggita era incinta di otto mesi.

Quando ti hanno sequestrata?

Mia madre è morta di malattia a ottobre del 2004. Sono rimasta con la responsabilità dei miei fratellini e sorelline. Sono stata presa nell’agosto dell’anno seguente, mentre ero nascosta in casa di una vicina. Mi hanno portato in foresta e sono rimasta lì, nelle fauci del leone. Non conosco il nome del luogo dove ero. In foresta ho incontrato molte altre ragazze come me. Altre ci hanno raggiunte dopo. È stato difficile fuggire, perché eravamo tenute sotto stretta sorveglianza. Se si è prese in un tentativo di fuga, si è atrocemente torturate. Alcune sono state perfino uccise.

Com'è stata la tua vita in tutto questo tempo?

Non mi consideravo più fra i vivi.

Non avevi paura di essere ripresa, torturata e magari uccisa?

In ogni caso, ero già come morta! Avevo solo un desiderio nel cuore: rivedere mio padre e i miei fratellini. Era la mia preghiera quotidiana. Ho messo in atto il mio progetto un giorno in cui sono stata mandata, sola, a raccogliere la legna per cucinare. Normalmente, non sorvegliano più strettamente quelle che hanno già passato un lungo periodo in foresta. A volte ci mandavano da sole e ci vedevano tornare. Non sospettavano che potessimo avere l’idea di fuggire per tornare a casa nostra. Tanto più che non conoscevamo il posto dove ci trovavamo e neppure la strada da seguire per rientrare al nostro villaggio. Per di più, io ero incinta!

Ma come hai fatto a scappare?

Ci ho messo tre giorni per arrivare a casa. Di giorno comminavo e di notte mi riposavo. Non avevo paura di nulla. Mi dicevo che se il Signore avesse voluto farmi porare dalle bestie feroci, fosse pure, perché i ribelli interahamwe non lo erano di meno!

Ho camminato per due giorni senza vedere anima viva né traccia di abitazioni. Non sapevo in che direzione stavo andando. Il terzo giorno ho visto un villaggio e sono andata in quella direzione. Ero capitata nel villaggio di Nzibira. Avevo paura, ma gli abitanti mi hanno accolto e tranquillizzato. Ho raccontato loro ciò che mi era successo e si sono impietositi. Mi hanno dato da mangiare e un posto per dormire. All’indomani mi hanno affidato a due persone che mi hanno accompagnato al mio villaggio di Kaniola.

Come ti hanno accolto in villaggio?

Alcune donne mi hanno visto e riconosciuto quando ero sulla via di casa: hanno lanciato grida di gioia e hanno dato la notizia a tutto il villaggio. Tutti erano in festa nell’accogliermi, perché mi avevano creduta già morta! Mi hanno condotta a casa, dove ho trovato mio padre e i bambini. L’ultimo, di 2 anni e mezzo, che mia madre aveva lasciato morendo, era colpito da grave malnutrizione. Mi ha fatto una gran pena.

Finalmente, sei tornata a casa!

Quello stesso giorno mio padre mi ha presentato al capo villaggio e mi ha portato al posto militare. Era preoccupato della mia fuga e dovunque spiegava cosa era successo. Due giorni dopo, il comandante militare ha cercato mio padre e me e abbiamo passato la notte in prigione. Poi siamo stati rilasciati, ma ancora oggi non sono tranquilla, soprattutto per mio padre.

Le persone che tornano dalla foresta sono accusate di aver collaborato con il nemico e sono spesso sottoposte a interrogatori senza fine. A volte sono torturate. Quelle che possono, lasciano il villaggio per liberarsi da questa insicurezza. Per questo sono inquieta per mio padre, perché può essere imprigionato e interrogato proprio mentre io manco dal villaggio....

Le donne raccontano. Sono sette donne d’Africa che combattono su persi fronti la loro lotta: in casa, nel clan, nella società… Una lotta che ha per avversario l'analfabetismo, la miseria, la fame e le epidemie, antiche tradizioni e tabù, stregonerie e, a volte, il solo fatto di essere donna. 

  • (Daniela Maccari, Ed. EMI, pp. 250; € 13,00)


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