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La Strada, Il Viaggio: Paolo, ''Tutto faccio per il vangelo''

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Di segreti, intesi come realtà che hanno fatto da fondamento alla sua vita, l'apostolo Paolo ne ha tanti. È come un diamante, con tante facce. Per capire il suo più grande segreto, dobbiamo tornare a quel momento fondamentale della sua vita che è l'incontro con Cristo sulla via di Damasco. Su quella strada troviamo un uomo che sta camminando. Spesso nel vangelo ci si mette in cammino dopo aver incontrato Gesù, come ad esempio il cieco Bartimeo o il lebbroso guarito... Cristo mette in movimento le nostre vite!

L'agguato sulla via di Damasco

Non è il caso di Paolo che è sorpreso mentre cammina: era già in cammino anche prima di incontrare Cristo. È un vero agguato. Cristo entra con forza nella sua vita e cambia il senso del suo viaggio. Paolo stava andando a far cambiare idea ai cristiani di Damasco, con le buone o con le cattive.

La luce lo acceca. Rimane al buio, perché si muoveva nella vita con la grande certezza della "Legge", che lo rendeva sicuro di essere giusto e di fare bene per Dio. La voce gli rimprovera la violenza e l'aggressività del suo viaggio, con una lista di nomi in tasca che per lui sono solo colpevoli: "Paolo, perché mi perseguiti? Ha senso viaggiare così? Ha senso vivere con questa violenza dentro? Ha senso andare verso gli altri per perseguitarli?".

Con quella domanda, che gli rivela la violenza che abita la sua vita e le sue relazioni, Dio lo ha reso cieco. Gli ha fatto perdere le sue certezze, perché Colui che parla è vivo, perché ognuno di quei nomi che deve far fuori è una cellula di Dio, che è presente in ognuno di loro. Se Cristo è vivo, chi è morto è la Legge. Paolo è smarrito; non sa più dove andare.

La strana dinamica del vangelo

Ma Paolo non dovrà cambiare strada; dovrà solo cambiare senso: incontrare realmente chi gli sta davanti. La strada deve diventare non qualcosa da calpestare, ma uno spazio di relazioni, un luogo di annuncio da fare e da ricevere. Come l'amore, il vangelo ha una strana dinamica: si conferma in noi se esce da noi. È il contrario dei soldi. Diventano entrate se le metti nella voce uscite. Solo così diventano capitali che ti ritrovi in cassa. Il vero investimento è spendere il vangelo.

Paolo è trasformato; da adesso in poi il suo camminare è ricercare quel primo incontro. Ha bisogno della strada, di vedere i suoi piedi sporchi di polvere, di sentire dolore ai polpacci. Solo così ritrova la sensazione di quel giorno, quando a occhi chiusi ha visto tutto e si è visto, anche di spalle, trovandosi detestabile perché non c'era nessun amico sulla sua strada. Adesso può andare verso Dio sulla via degli altri, ritrovando dei pezzi di Cristo. Va perché il vangelo lo spinge e gli consegna gli altri come orizzonte smisurato della sua esistenza, come banco di verità del suo credere, del suo amare, del suo essere con Cristo.

Nomade, errante per Cristo

Paolo diventa viaggiatore di Gesù Cristo, o meglio, "nomade" per il vangelo, perché Dio è nomade: cammina con il suo popolo; non vuole un tempio, ma una tenda, perché la tenda è mobile, il tempio è fermo. È il Dio dell'esodo, che apre il cammino per il suo popolo anche dov'è impossibile, in mezzo al mare. È il Dio che frequenta il suo popolo attraverso Gesù, che non ha una pietra dove posare il capo. "Io sono la via...". Dio è la strada, apre il cammino e lo costruisce.

Paolo è "errante": c'è l'idea del viaggiare, ma anche dello sbagliare. Paolo cammina, ma non farà un metro senza sentire sulle braccia il peso dei mantelli che ha retto il giorno in cui lapidavano Stefano. Quei mantelli raccontano il suo errore, il compiacimento della violenza.

A Paolo non basta portare Dio al mondo; deve anche raccogliere il mondo e portarlo a Dio. La chiesa è il corpo di Cristo. Il nostro corpo, del resto, è la porta che la nostra interiorità attraversa per incontrare il mondo fuori, ed è la porta che il mondo esterno attraversa per toccare la nostra interiorità. La chiesa è la porta attraverso cui Cristo incontra il mondo. Non basta riempirci le mani di vangelo, ma anche di mondo.

Consumare le ginocchia in preghiera

Ai tempi di Gesù c'era un guaritore che veniva chiamato quando non pioveva. Lui arrivava, faceva un cerchio sulla terra, vi sedeva dentro e poi ripeteva "Abbà, Abbà", finché non iniziava a piovere. È una bella immagine della chiesa, seduta dentro il cerchio dei popoli, che invoca Dio. Paolo in ricerca è soprattutto un mistico, che prima dei piedi si consuma le ginocchia per invocare, perché Dio gli faccia capire cosa fare.

Paolo sente il bisogno di andare da Pietro perché tra loro c'è una differenza fondamentale: Pietro è stato tre anni con Gesù, sa tutto di lui, ha toccato il suo corpo, conosce l'odore del suo sudore. Va da Pietro non per chiacchierare dei massimi sistemi, ma solo per farsi raccontare di Gesù. Ha sete di lui. Poi si ritira a Tarso, dove andrà Barnaba a svegliarlo e farlo diventare missionario.

La croce per abbracciare tutti

Paolo missionario va in giro per il mondo con una nuova certezza: la croce, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, è l'unica certezza della sua vita. Su quella croce c'è un uomo nudo e solo, che muore a braccia aperte perché ha vissuto abbracciando. E non scende, ma resta in croce, perché solo vedendo le ferite è possibile credere. Muore in piedi su quella croce, dicendo "sì" con il capo chinato: "Muoio fedele a mio Padre". Come il soldato pagano, anche Paolo l'ha capito: "Quest'uomo era veramente Figlio di Dio".

Quelle braccia gli ricordano che lui deve vivere abbracciando; quel corpo che resta in piedi anche nella morte gli dice: "non piegarti davanti a nessuno e impara a dire "sì" sempre". Paolo ha fatto così. Diceva di essere un fariseo, figlio di farisei; ma anche di essere schiavo con gli schiavi, greco con i greci, servo di tutti. Non perché era un camaleonte, ma perché è stato capace di vedere il mondo con gli occhi degli altri, e soprattutto con gli occhi di Cristo Salvatore.

Paolo è tutto questo, e molto di più.



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