La missione Indonesiana di P. Nicola Macina
Modugno 18 marzo. Oggi finalmente sono riuscito a raggiungere qui al suo paese p. Nicola Macina, da qualche mese rientrato dall'Indonesia. Aveva la febbre per influenza, ma non ho avuto pietà a bombardarlo di domande per tre ore. Riporto qui le sue risposte, anche se forzatamente ridotte, rinunciando a particolari interessantissimi.
Sono nato nel 1943. Entrai nel seminario di Bari per farmi prete con la benedizione dei genitori. Dopo 5 anni, nel seminario di Molfetta passarono due missionari Saveriani: p. Cannizzaro, di Reggio Calabria, reduce dalle isole Mentawai (Indonesia) e il romagnolo p. Emaldi, reduce dalla Cina dove, nelle carceri di Mao, aveva avuto la lingua tagliata. Sconvolsero tanto i miei progetti, che, dopo tre anni di "lotta continua" con i genitori, a 19 anni, decisi la "fuga".
Sfuggendo all'inseguimento dei carabinieri, raggiunsi il noviziato dei Saveriani, in Piemonte. Nel '67, con la benedizione dei genitori, divenni sacerdote missionario, e nel '73 potei finalmente realizzare il mio sogno partendo per l'Indonesia.
Missionario in tre isole
In 27 anni di missione, a tutt'oggi, ho potuto svolgere il mio apostolato, solo in tre isole, delle 17 .600 che compongono l'arcipelago indonesiano. Dopo un anno di studio della lingua a Padang (Sumatra), fui assegnato alla Missione del Pasame, in piena foresta equatoriale. Quella vasta zona, che comprendeva 20 villaggi di Minangkabau, musulmani di stretta osservanza, oggetto del nostro apostolato erano prevalentemente i 25.000 immigrati giavanesi, più aperti al nostro messaggio.
Eravamo in tre padri. Il nostro impegno, oltre l'aspetto religioso, doveva sfociare nel campo sociale con scuole e ambulatori; in quello economico con cooperative agricole ed anche in quello ambientale costruendo, in collaborazione con i protestanti e con gli stessi musulmani, strade, canali e risaie.
Nel 1981, dopo 8 anni, fui mandato, unico Saveriano, nell'isola Nias, conosciuta per la sua civiltà megalitica, fatta di guerrieri, famosi tagliatori di teste. Posta a occidente di Sumatra, essa conta 600.000 abitanti, per lo più protestanti. I cattolici erano 125.000, sparsi in 14 parrocchie, con un aumento di 7000 battesimi l'anno. Gunung Sitoli fu il mio campo di lavoro assieme a tre Cappuccini locali.
La mia parrocchia contava 45 villaggi che, foresta permettendo, riuscivo a visitare tre volte l'anno. Le comunità cristiane si autogestiscono per la formazione religiosa fortemente basata sulla Bibbia, la liturgia domenicale, i matrimoni e i funerali. Il mio lavoro consisteva nella formazione di laici impegnati per farne capi cristiani, catechisti, maestri, riservandomi l'amministrazione del battesimo che agli adulti viene impartito dopo un anno e mezzo di catecumenato.
Dopo 12 anni di ubbidenza al mandato "andate, ammaestrate, battezzate, curate gli infermi", i Superiori mi affidarono la formazione dei futuri Saveriani indonesiani. Per questo mi trasferii nell'isola di Giava, e precisamente nella capitale, la metropoli Giakarta con oltre 10 milioni di abitanti. Non fu difficile trasmettere l'esperienza apostolica per diventare missionari come noi.
Difficile era amalgamare giovani provenienti da tutta l'Indonesia (Sumatra, Borneo, Bali, Celebes, Flores, Giava) per la diversità di una cultura e per le motivazioni da discernere prima di ammettere e poi formare alla universalità che caratterizza il missionario. Fuori casa ero preso da molteplici impegni nelle parrocchie di periferia con tutte le loro difficoltà economiche e morali e i ben noti avvenimenti politici, sociali e religiosi di questi ultimi anni.
Quella che agli occhi dei profani poteva essere una missione gloriosa perché fatta in una grande capitale, per me è stata la più stressante e scioccante, tanto da essere costretto al rimpatrio per un periodo di riposo.
L'Indonesia che trovai e che ho lasciato
Anche per la vita di una nazione 27 anni non sono pochi, specie per un Paese in via di sviluppo come l'Indonesia. Mi è difficile rispondere in poche parole a te e ai tanti che mi fanno questa domanda. Elenco solo i vari aspetti di un processo avvenuto, che possono essere:
* La Famiglia Saveriana, che da italiana è diventata per oltre la metà indonesiana, specie dopo che si sono resi quasi impossibili i permessi di ingresso, e noi stessi per rimanere abbiamo dovuto prendere la cittadinanza indonesiana, con cambio anche del nome; io ora mi chiamo Trisno Waluyo.
* I rapporti idilliaci tra etnie, culture e religioni, si sono trasformati in contrasti sfociati in spargimento di sangue a Timor, ad Aceh, Molucche, Giakarta e altrove.
* Il passaggio da una dittatura, per 32 anni supinamente accettata, ad una presa di coscienza di democrazia da parte dei giovani, anche attraverso tragici avvenimenti.
* Il benessere economico raggiunto sulla via dello sviluppo, a causa della peggiore corruzione è improvvisamente precipitato in un baratro di fallimento.
* La maturità raggiunta dalla Chiesa locale nel gestire la propria libertà in un dialogo più responsabile con le altre religioni e tra le diverse culture, nonché nella difesa in prima linea, dei diritti umani nel settore politico, economico e sociale facendo seguire le opere ai documenti.








