Gioia di essere madre, ...la stregoneria non è la soluzione
Voglio descrivervi, come anticipato in febbraio, il primo caso avventuroso di ricovero ospedaliero nella zona di Kavimvira, in Congo.
Maua era una giovane donna in attesa del suo primo bambino. Abitava in un piccolo villaggio di 80 persone. Per la sua particolare costituzione fisica, avrebbe dovuto partorire assistita da persone competenti. Purtroppo le era stato impedito di farsi portare all'ospedale perché le anziane del posto, che fungevano da levatrici, non volevano perdere il loro prestigio sulle giovani madri del villaggio.
Maghe, riti e stregonerie
Le vecchie matrone, dopo aver usato erbe, riti e stregonerie varie, vedendo che il bambino non nasceva ancora, sostenevano che era incatenato dagli spiriti degli antenati e che per liberarlo occorreva prima offrire loro un sacrificio.
Maua, naturalmente, non aveva bisogno di stregonerie, ma di essere aiutata da un medico. Infatti, anche dopo il sacrificio rituale di un pollo, la povera gestante continuava a dimenarsi sulla stuoia in preda ai dolori di un parto difficile. Per le "sagge" anziane, Maua aveva altri impedimenti: ignote colpe personali. Pertanto, solo una confessione pubblica avrebbe liberato il bambino dalla sua "prigione uterina". Come se non fossero bastate 24 ore di dolore fisico, Maua si doveva sottomettere anche alla sofferenza morale di un'inutile e assurda confessione sulle sue presunte colpe e infedeltà.
Ma, alle martellanti insinuazioni delle fattucchiere che le ripetevano di confessare e purificare le sue colpe, rispondeva semplicemente con spasimi di dolore e parole sconnesse.
All'ultimo minuto
Il dramma si stava consumando a poca distanza dalla missione dei saveriani. Maua, dopo due interminabili giornate di doglie, era ormai allo stremo delle forze. Era già notte quando cominciava a dar segni di non farcela più. Le donne anziane, temendo il peggio e pur sconfitte moralmente nella loro funzione di levatrici indigene, permettono che Maua sia trasportata all'ospedale.
Un giovane arriva alla missione ad avvisarmi. Con la jeep scendo subito al villaggio davanti alla capanna di Maua. Illumino con i fari la gente che fa cerchio attorno alla povera malata, distesa a terra in fin di vita. Vicino a lei era acceso un fuoco, come si fa per ogni persona ritenuta gravissima.
Senza perdere tempo, faccio salire sulla jeep la paziente con cinque accompagnatrici. Arrivati in fretta al reparto maternità, l'ostetrica e la sua assistente indigena accolgono la partoriente, che viene trasportata subito in sala parto. Sul corpo di Maua erano state praticate delle ferite rituali, di cui una era particolarmente grave.
Le vecchie praticone, con l'intenzione di aiutare Maua, avevano rischiato di farla morire dissanguata. Per fortuna eravamo arrivati in tempo.
Due schiaffi e un vagito
L'ostetrica era una saveriana sarda, Teresina Andria. L'assistente indigena, un tipo di solito molto controllato, vedendo la pietosa condizione in cui era stata ridotta una sua coetanea, chiama in sala le due donne più anziane, mostra loro le ferite che avevano inflitto a Maua e le rimprovera con due schiaffi sonori in faccia (lo schiaffo dato da una persona giovane ad altre più anziane è il massimo della punizione e umiliazione, soprattutto per chi vive sottomesso alle usanze tribali dell'equatore).
Per fortuna, con le risorse imprevedibili di madre natura e la tecnica medica messa a servizio della vita, dopo 20 minuti i medici compiono il quasi miracolo: far nascere il bambino di Maua ancora vivo.
Il grande evento ha fatto dimenticare a Maua il dolore del parto, felice di essere diventata mamma per la prima volta. Tutto è finito per il meglio, anche se Maua è dovuta rimanere all'ospedale ben due mesi, per "riparare" i danni subiti dalle streghe indigene.








