La mia vita missionaria in Congo
Mi trovo in Italia per cure e per un po' di vacanza. Invitato a scrivere qualcosa sulla mia esperienza di missione, lo faccio volentieri e con affetto per l'Africa e per il Congo, dove lavoro da 38 anni. Le missioni dei saveriani sono sparse in tutto il mondo e hanno il compito di testimoniare il vangelo che ci è stato affidato da Cristo. I contesti sono diversi e il missionario è chiamato ad adattarsi alle varie circostanze che si presentano con il passare degli anni.
Non si deve perdere il ritmo
Quando sono partito nel 1972, c'era un contesto diverso dell'attuale. Allora mi facevo le ossa lavorando in una vasta missione in mezzo alla foresta. Ora, è molto più difficile di allora: dopo tanti anni di fatica, è come se bisognasse ricominciare da capo. Il missionario ha l'impressione che tutto sia cambiato e si trova come un pesce fuor d'acqua. Dobbiamo camminare assieme e non perdere il ritmo di marcia.
Il lavoro missionario negli ultimi 15 anni è del tutto particolare, data la situazione di guerra che avvolge e condiziona ogni attività. L'aria che si respira nella regione dei Grandi Laghi è sempre più pesante. Tutto è dovuto alle ricchezze del sottosuolo e all'interesse delle grandi potenze. A noi missionari e alla povera gente che vive in Congo non resta che vivere questa situazione il meno peggio possibile.
La gente ci vuole bene
È chiaro che verrebbe da gridare alle ingiustizie e al silenzio che c'è in quasi tutto il mondo sui problemi dell'Africa. Ma ne vale la pena? La povera gente che vantaggio ne avrebbe?
Noi missionari viviamo con la gente e con loro sfidiamo pericoli di ogni genere, perché con noi si sentono meno soli. Con tutti i nostri difetti, possiamo dire che la gente ci guarda ancora con amore, perché siamo il loro unico rifugio. Al minimo sentore di pericolo, spesso le organizzazioni internazionali scappano e restano solo i missionari.
Una sera, dopo alcuni giorni di razzia, si sono presentate delle mamme per chiederci se durante il giorno avessimo mangiato qualcosa. Loro ci portavano banane e riso e ci dicevano: "Siamo rimaste qui perché voi siete rimasti. Siete gli unici che ci vogliono bene; non andate via, restate con noi". È il miglior riconoscimento e il miglior "grazie" che possiamo ricevere.
Povere vedove e bambine!
In città siamo sommersi da gente, soprattutto mamme e bambini, che si riversano dalle campagne e dalle foreste per scappare da razzie e violenze. Il costo della vita si è moltiplicato. Poi c'è la questione della tassa mensile per mandare a scuola i figli, che sono sempre molti. Così, le più penalizzate sono le bambine che spesso rimangono analfabete. Nel mio piccolo e secondo le possibilità, cerco di aiutare qualche bambina a terminare le scuole elementari, così che un domani non debba arrossire perché non sa scrivere il proprio nome.
Ci sono poi le povere vedove, che non riescono a pagare l'affitto per avere una mezza capanna dove ripararsi. Siamo ai tempi del vecchio testamento, dove le vedove sono le più povere tra i poveri. Quante di loro sono costrette a prostituirsi, per avere qualcosa per loro e per i figli!
L'assistenza sanitaria
Una terza priorità, a mio avviso, è l'aspetto sanitario. Non ci sono mutue per l'assistenza e non si dà niente per niente. Sono a contatto quotidiano con persone che dovrebbero curarsi e farsi operare, ma non hanno soldi. Facciamo il possibile per dare loro una mano.
Dobbiamo leggere la fine del vangelo di Matteo per capire che queste opere di misericordia corporali sono la migliore testimonianza che dobbiamo dare come missionari. Ciò che viene dato con amore, ha un valore più grande di qualsiasi predica, perché si ama con i fatti e non a parole. E il primo dono ad essere apprezzato è proprio la nostra presenza.
Invito tutti a pregare per noi, perché il Signore ci dia la forza e la grazia di vivere testimoniando il vangelo, senza paura e senza venir meno alla vocazione che abbiamo ricevuto.








