La mia missione in Colombia
Per un breve tempo è tornato in Italia p. Rosario, dalla sua missione in Colombia. Il tempo necessario per rivedere i familiari, stare con la mamma, visitare la sua città e·venirci a trovare più volte. Abbiamo notato con piacere che anche dopo aver condiviso la situazione di tensione, violenza e miseria dei suoi fedeli colombiani, non ha perso la sua serenità e il suo invincibile ottimismo. Gli abbiamo fatto alcune domande.
Come hai trovato i tuoi familiari?
Bene, anche mia mamma alla quale ho voluto dedicare la maggior parte del tempo, sapendo quanto le costa la mia lontananza e con quanta trepidazione segue e accompagna il mio apostolato.
Che ne pensi della tua città, Salerno?
L'ho trovata molto migliorata nella sua veste architettonica: nuove piazze, nuove fontane e tante, tante piante. Ma lo stile dei mie concittadini mi è parso imborghesito. Ai miei tempi c'era più entusiasmo, più altruismo, più ideali, più impegno.
Hai incontrato la Comunità saveriana più numerosa di quando sei partito. Qual è la tua valutazione?
Positiva, decisamente positiva. Vedo che i padri sono bene inseriti nella realtà locale e rispondono generosamente alle sfide di animazione missionaria continuando con tante inizia ti ve cominciate vari anni fa, come gli incontri mensili per i giovani, i campi di lavoro estivi, l'ora di adorazione del giovedì sera aperta agli amici, giovani e meno giovani partecipato con gioia alla professione religioso-missionaria di Annalisa Avallone che è diventata Saveriana.
So che un giovane neo laureato entra nella Casa di Desio per un cammino di discernimento vocazionale, mentre due giovani salernitani a Parma sono prossimi alla consacrazione sacerdotale. Salerno continua a rispondere così non solo con generose offerte, ma anche con vocazioni alle grandi necessità delle missioni.
In questi giorni sei invitato più volte a parlare della tua esperienza di apostolato in Colombia. Vuoi dire qualche cosa anche per i nostri amici?
Volentieri. Sono partito per la Colombia a 46 anni. Un'età non più verde. L'impatto con la missione è stato difficile, non ultimo ostacolo lo studio della lingua, lo spagnolo alla colombiana. Tra l'altro ho sentito la convenienza di mutare il mio nome da Rosario in Ferdinando, dal momento che in Colombia Rosario è un nome femminile.
Là, siamo in 15 Saveriani. Abbiamo un professo perpetuo colombiano e tre giovani in formazione. Personalmente lavoro nella parrocchia di Cristo Redentore in mezzo a circa 800 mila fedeli sparsi in 10 comunità e cappelle. Siamo in periferia e la gente arriva a ondate e cresce vertiginosamente in modo disordinato e caotico. Una tipica parrocchia colombiana come tante altre.
Quali sono le difficoltà maggiori che incontrate nella vostra opera di apostolato?
Molte famiglie sono disgregate, allo sbando. Siamo spesso spettatori di una violenza sempre pm dilagante con situazioni di miseria estrema. A questo si aggiunge la presenza di sette religiose di estrazione nordamericana, che quasi il 30% dei colombiani seguono.
Viene proposta loro una parvenza di religione più che una vera fede. Anche la Chiesa locale incontra molta difficoltà ad accompagnare un cammino di miglioramento.
Vedo qui la foto di una cappella in costruzione ...
Certo, la carenza di sacerdoti è il primo problema. La diocesi dove lavoro ha solo 37 sacerdoti e di questi solo 8 sono del posto. Anche i locali per il culto sono un grosso problema. Ecco perché, come responsabile dell'economia della parrocchia, sono incaricato di raccogliere fondi e offerte per la costruzione o la ristrutturazione di cappelle.
In questi giorni gli amici mi hanno dato una mano, ma rimane ancora spazio per chi vuole venirmi in aiuto.






