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È la prima volta in dieci anni dacché sono in Italia che qualcuno mi chiede “come mi trovo". Così ha riposto un uruguayano intervistato per la ricerca sulla qualità della vita delle famiglie straniere in Italia. L'indagine, svolta su un campione di 230 coppie di vari continenti in Italia da 7-8 anni, si preoccupa di fornire chiavi di lettura più che numeri.

Emerge uno spaccato nuovo dei immigrati, ben inseriti nel territorio, meno a livello sociale. E ci indica una pista di lavoro: guardare agli immigrati come famiglia e non come singoli individui richiede una maggiore sensibilizzazione degli operatori sociali e la formazione e l'utilizzo dei mediatori culturali.

Il primo dato qualitativo che emerge riguarda la famiglia: è l'esperienza sociale più rilevante nella vita degli immigrati. Proprio la famiglia emerge dalla ricerca come risorsa e via privilegiata all'integrazione.

Qui si intrecciano la tradizione dei genitori e l'innovazione dei figli, lo sguardo dei padri rivolto ancora alla patria natale – tanto che la maggior parte spera di tornarci - e l'esperienza dei figli che crescono in un contesto italiano e guidano i genitori a conoscere meglio l’Italia a partire dalla lingua, generando curiosità ma anche sofferenze.

Quanto scarso sia ancora l'interesse della comunità italiana nei confronti della ricchezza e della varietà culturale arrivata in Italia emerge da un dato: il 36% dice di essersi sentito straniero per frasi offensive e atteggiamenti intolleranti.

Ma c'è anche una diffusa impreparazione nelle istituzioni, con le quali mamma e papà entrano in contatto "costretti" dai figli. Basti pensare che le scuole dell' obbligo italiane sono frequentate da 140 mila ragazzini stranieri. Inoltre l'arrivo di un figlio fa scattare subito l'iscrizione al servizio sanitario nazionale e la ricerca di un medico di famiglia.

Tuttavia c'è un 12% di famiglie interpellate che non è iscritta al servizio nazionale per ragioni diverse: carenza di informazioni e problemi linguistici in testa. E ancora ci sono le difficoltà legate al lavoro soprattutto femminile. Le donne spesso lavorano come colf o assistono gli anziani e si devono piegare ai nostri orari.

A casa finiscono per restare poco e viene meno il lavoro di cura. A chi si appoggiano? Un po' si aiutano fra di loro, un po' i piccoli restano soli a casa, soprattutto fra i cinesi vengono rimandati nei Paesi d'origine dai nonni, ma questo crea poi altre difficoltà.



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