Beati i Nomadi, sacramento del grande viaggio
"Beati gli illetterati dalla fede semplice,
sono il piedistallo che sostiene il mondo.
Beati gli umili che vivono la fraternità,
sono coloro che aprono il cammino.
Beati gli immigrati e i nomadi,
sono il sacramento del grande viaggio.
Beati tutti quelli che sono al margine
poiché Dio è accampato fuori le mura."
Il testo di questo canto mi ha sempre affascinato, ultimamente. in modo particolare da quando un virus virale mi ha provocato un'artrite nella gamba destra rendendomi claudicante da ormai sei mesi. Ancora oggi zoppico vistosamente nonostante il ricovero in ospedale, le visite di controllo periodiche e le cure che faccio. Ci sono delle giornate che mi tocca trascorrere a riposo completo. Di fronte a questa situazione non mancano gli inviti di amici e familiari a lasciare momentaneamente il Campo nomadi in cui risiedo per un ambiente più caldo ed adatto per affrontare la convalescenza.
Alcuni mi interrogano: "Ma se non stai bene, come puoi renderti utile ai nomadi?". Sono segni di attenzione, di amicizia e vicinanza. Fino a qualche mese fa mi credevo forte, meno vulnerabile fisicamente, ma anche psicologicamente, perché l'inattività e la dipendenza condiziona anche la mente.
I Rom del Campo in questo periodo sono diventati come i miei "angeli custodi": tocco con mano le loro attenzioni. Nonostante la mia "inutilità", gli zingari mi accolgono così come sono, mi sento sostenuto, incoraggiato. Le occasioni non mancano: una minestra calda, un piatto di verdura, una visita in roulotte per vedere come sto, un interessamento per le mie necessità giornaliere, un consiglio, l'incoraggiamento a non lasciarmi andare, ma a saper reagire, l'invito a non stare troppo dentro in roulotte, ma ad uscire di più, ragazzina mandata dalla mamma a lavarmi i piatti sporchi, la tanica sempre piena d'acqua. Sono messaggi di tenerezza che ricevo quotidianamente.
A dire il vero non ero abituato a notarli e leggerli nella loro semplicità e genuinità. La mia formazione missionaria mi ha sempre fatto credere che bisogna essere efficienti, utili, e tutto questo per il bene degli altri: ciò che più conta e vale è quanto noi riusciamo a costruire di buono e utile per la Chiesa, per Ìl popolo in cui si vive. È molto forte l'idea-progetto: essere al servizio degli altri.
Quando questo non diventa più possibile a motivo della salute, di un imprevisto, la stessa anzianità, ecco che ci viene proposto, con la dovuta delicatezza, di metterci da parte e di recarci in un posto più protetto e sicuro. È l'idea del ruolo che tanto condiziona la nostra società occidentale. Senz'altro ci sono degli aspetti positivi, ma spesso si corre il rischio di vivere in funzione di un ruolo, mettendo tra parentesi la vita e le sue occasioni.
In questo periodo i Rom mi aiutano a rileggere il senso della mia presenza in mezzo a loro sotto un'altra luce, che fin'ora avevo preso poco in considerazione. Innanzitutto a non rimanere come "schiavo" di un ruolo da assumere: sano, efficiente, utile; ma permettere che altri possano svolgere il compito di essere utili e preziosi anche nei miei confronti. Il "lasciarsi fare dagli altri" non è cosa facile e immediata. Se poi questi "altri" sono zingari, profughi, gente ai margini, barboni, ex carcerati, i nostri dubbi e le nostre precauzioni si moltiplicano. Ci è più facile permettere che "altri" con la maiuscola possano aiutarci.
C'è un'immagine rabbinica che mi piace: al momento della Genesi: Dio si rannicchia quando crea il mondo, e lo fa proprio per fare spazio agli altri, a tutto ciò che crea. La prima immagine di Dio, secondo questa visione rabbinica, è quella di un Dio rannicchiato su se stesso, non certo per paura, ma per fare spazio all'altro. È una immagine che appare poco nella nostra teologia e nella stessa arte cristiana, così bella ed abbondante: generalmente presentiamo il Dio della Genesi come Colui che si erge sul creato, è il Signore che scruta ed ammira dall'alto le realtà da Lui create.
Così vorrei che celebrassimo il Natale pensando a questo Dio rannicchiato, che si fa uomo e proprio in questo suo far spazio per n amore anche Gesù si lascia fare da chi lo cen:a e lo accoglie. Anche la Chiesa in questo preciso momento storico è chiamata a mostrare lo stesso stile, non tanto per tattica, ma a rannicchiarsi per amore, e per fare spazio a chi incontra sul suo cammino, a lasciarsi rivestire senza vergogna dal povero, dallo straniero anche se ha una fede cosi diversa dalla nostra.
Proprio come Gesù, che si è lasciato educare , dalla fede della donna siro-fenicia (pagana}, o dal centurione romano che implorava la guarigione di un suo servo, dalla gioia contagio sa del lebbroso ritrovatosi guarito.








