La cronaca di quel tragico giorno
Le testimonianze raccolte hanno permesso di ricostituire i fatti del martirio dei nostri quattro testimoni. Intorno alle 14 arriva a gran velocità una jeep militare che parcheggia davanti alla chiesa di Baraka. Si tratta di mulelisti (ribelli) che, da diversi mesi, occupano la zona contro l’Esercito Nazionale Congolese (ANC). Il colonnello Abedi Masanga esce dall’auto nello stesso momento in cui fratel Vittorio Faccin esce dal presbiterio, ancora in costruzione.
Abedi chiede a Faccin di salire sul veicolo e andare a Fizi. Il fratello rifiuta, dicendo che non può lasciare p. Carrara solo a Baraka. Il fratello è colpito tre volte al petto e muore sul colpo. Padre Luigi Carrara, che si stava confessando in chiesa, esce con la stola, tutto sorpreso. Abedi gli chiede di salire sul veicolo e di andare a Fizi in modo che possa essere ucciso. Carrara risponde dicendo che se deve essere ucciso preferisce morire accanto a suo fratello. Si inginocchia davanti al corpo senza vita di Faccin e, all’improvviso, gli mirano alla testa: basta un proiettile e muore sul colpo. I testimoni hanno parlato dei maltrattamenti subiti dai corpi dopo la loro morte, così come la testimonianza di Évariste Mauridi Mulisho, un mulelista, che ha esibito il braccio di Faccin nel villaggio di Baraka.
Dopo questi tumulti, la stessa jeep arriva davanti alla chiesa di Fizi. Erano circa le 20. I mulelisti che sorvegliavano la missione vogliono impedire l’ingresso del colonnello Abedi. Questo s’impone. Chiama i padri. Giovanni Didonè cerca la lampada a petrolio, apre la porta, lui e p. Albert Joubert escono incontro al colonnello che punta la pistola. Didonè comincia a farsi il segno della croce e una pallottola in fronte gli impedisce di finire: muore sul colpo. Abedi spara direttamente al petto a p. Joubert che muore accanto al suo sacerdote.
Circa trent’anni dopo, p. Cyrille Tambwe conobbe personalmente Évariste Mauridi Mulisho nel campo profughi congolesi di Nyarugusu (Tanzania). Riconobbe il suo errore e che agiva sotto l’influenza dell'indottrinamento comunista anticristiano e dell’ingenuo entusiasmo della gioventù. Già all'inizio degli anni '70 si convertì al punto da diventare responsabile di una comunità ecclesiale di base e supervisore nella Legio Mariae.
Fratel Faccin, alla guida dei cori, ha dimostrato il desiderio di coesione e lo spirito di fraternità attraverso una liturgia ben preparata e celebrata. I viaggi di Didonè sugli altopiani di Fizi, dove si era organizzata una fiorente comunità di ruandesi, mostrano l’apertura della missione verso coloro che non erano ben visti nel territorio: Cristo unisce le persone. Carrara, con la sua pastorale dell’ascolto attraverso il sacramento della riconciliazione, ci racconta il desiderio di liberarci dalla schiavitù del peccato, un tema, quello della schiavitù, molto vicino a questi fedeli, i cui nonni avevano subito la tratta.







