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Quelle tre donne non erano nel posto sbagliato

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Abbiamo dedicato questo numero alla beatificazione dei martiri saveriani in Congo RD. Ma nel 2024 ricorre anche il decimo anniversario della barbara uccisione delle tre sorelle saveriane Olga Raschietti (Vicenza, 1931), Lucia Pulici (Monza, 1939), Bernardetta Boggian (Padova, 1935), avvenuta il 7 settembre 2014 a Bujumbura, in Burundi. Ecco tre testimonianze.

La fiaccola della fede
Erano là, quella domenica pomeriggio di settembre, in attesa di altre sorelle missionarie in arrivo dall’Italia. Niente di straordinario, vita ordinaria e quotidiana. I martiri ce li immaginiamo impavidi, con la fronte alta, disposti a morire gridando il proprio credo. Le sorelle invece erano là e basta. Non hanno mai voluto abbandonare quel posto. C’erano! Esserci, ecco ciò che conta! Essere là perché si ama qualcuno, perché si è abbracciato il Vangelo, perché non si vogliono abbandonare gli ultimi al loro destino. Esserci, nel lento scorrere dei giorni, nella silenziosa fedeltà a un Dio che, pure lui, ha voluto restare in disparte, perdendo senza recriminazioni le sue prerogative divine. Quelle tre donne non erano nel posto sbagliato, all’ora sbagliata, facendo poco o niente. Erano lì dove hanno voluto essere, fino in fondo, consegnando oramai la sola ricchezza rimasta: un corpo fragile, dimentico della bellezza di un tempo ma con ancora dentro la passione dell’amore. I carnefici non hanno potuta spegnerla. E non si spegnerà se noi continueremo a cercare la verità, se porteremo alta la fiaccola della loro fede e la consegneremo alle generazioni future. Anche noi degni di parlare il linguaggio dei martiri (Virginia Isingrini, Vita Nuova).

Germogli di fraternità-sororità universale
Molte condizioni sono mutate nel paese, ma non tutte. Alcuni protagonisti della vicenda sono stati uccisi o sono morti di morte naturale, ma non tutti. Qualcuno risulta ancora in attività. Una sfida a cui sarà, prima o poi, chiamato a dare una risposta l’attuale governo: è infatti probabile che sulla vicenda si riaccendano i riflettori in vista dei dieci anni dal massacro. Un massacro che ancora grida alle coscienze e che troverà un senso solo quando inizierà a produrre frutti di pace e riconciliazione veri, basati sulla verità e la giustizia, sfidando paure, preconcetti, responsabilità e anche culture deviate. Se la crudele uccisione di Olga, Lucia e Bernardetta, riuscirà a produrre riflessione, autocoscienza, magari conversione dove necessario, allora inizierà ad acquisire spessore. Se provocherà le coscienze, se spingerà a uscire dall’ipocrisia, se rinnoverà la consapevolezza che il potere e il denaro sono dèi fallaci e menzogneri, se infine spingerà ad affrontare in maniera definitiva l’assurdità di credenze che chiamano sangue per il potere, ecco, allora il loro sacrificio troverà compimento. A noi spetta raccogliere questa eredità e farla fruttare. Non per avere nuovi martiri in bella mostra, ma perché il sangue che ha impregnato la terra rossa del Burundi porti nuovi germogli di rispetto e fratellanza autentici (Giusi Baioni, Missione Oggi).

La gioia della missione
Nelle tre sorelle ho sempre trovato la gioia di approfondire i temi della missione. Nel preparare per loro una riunione di approfondimento sul tema dell’interculturalità e nel suo svolgimento confesso di aver appreso molto più di quanto abbia potuto offrire. Potei rendermi conto della qualità missionaria della loro presenza e della loro capacità missionaria della loro presenza e della loro capacità di lettura degli avvenimenti della storia. Bernardetta, Lucia e Olga non pretendevano di giudicare le persone locali. In questo campo erano umili e non sparavano giudizi su realtà che esse conoscevano da poco tempo. Ho ammirato anche la loro pazienza e costanza nel decifrare la storia, complicata e complessa, del Paese. Erano persone di preghiera e di grande carità per Dio e per il prossimo. Nel loro ministero percorrevano il quartiere mentre la porta della loro casa era sempre aperta. In modo semplice e discreto, entravano in contatto con le povertà visibili e più ancora con quelle nascoste… La gente le amava, perché sentiva che quelle sorelle erano vicine a loro nei momenti difficili, conoscevano la loro sofferenza e insieme ne condividevano la vita (Gabriele Ferrari, in “Va’, dona la vita”).



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