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Ho approfittato della presenza di p. Leonardo in vacanza per scambiare due parole con lui, una sorta di intervista che però ho voluto lasciare come suo racconto, omettendo il ‘domanda e risposta’. Non è la prima volta che parla della sua esperienza missionaria. Essendo anche stato 5 anni economo e animatore ad Alzano ci conosce bene. Alla festa di familiari e amici era presente e ha avuto modo di salutarne molti (p. Fiorenzo Raffaini, sx).

Sono passati 38 anni dalla mia partenza per la Colombia, 31 dei quali effettivamente trascorsi in missione. Era il 27 luglio 1987. Mio fratello p. Fiorenzo da un anno si trovava in Congo RD. Quando uno pensa alla missione si vede tra la gente a vivere e a portare con la propria presenza il Vangelo di Gesù. Di fatto, arrivato in Colombia, mi sono trovato a Buenaventura in un contesto di gente afro-americana. Erano gli antichi schiavi africani scappati dalle piantagioni spagnole e rifugiatisi in un luogo dal clima inospitale, caldo umido. 

Il lavoro assegnatomi riguardava le popolazioni presenti lungo la vecchia e unica strada che raggiungeva Cali, una grande città posta a 1.000 metri sul livello del mare con un clima più accettabile, distante 200 chilometri. Lungo la strada ci sono otto villaggi affidati ai Saveriani nella zona, a 60 chilometri da Buenaventura. Oltre ai villaggi dovevo seguire due quartieri della città. Questo impegno mi ha occupato per i primi tre anni. Il sabato e la domenica per le messe e il mercoledì per la catechesi e poi i primi venerdì del mese, le adorazioni, rosari, incontri, visita agli ammalati e anche i funerali. 

In seguito, mi è stato chiesto di lasciare Buenaventura per andare a Cali, dove gestivamo una parrocchia di 50 mila abitanti. Lì ho lavorato per 6 anni. La parrocchia era divisa in tre settori con tre chiese. A me toccò quella di S. Francesco Saverio. Mi avevano affidato tutta la realtà pastorale. Nel 1997 fui inviato a Bogotà, nella comunità di accoglienza che si stava creando. Avrebbe dovuto esserci anche una casa di formazione ma poco tempo dopo ci si rese conto che non era il posto adatto. Per tale scopo, più tardi si aprì una casa a Medellin.

Il vescovo di Bogotà più tardi ci chiese di prendere una parrocchia vicina alla nostra casa. Accettammo e per due anni divenni parroco. Purtroppo, questioni serie di salute mi costrinsero a lasciare la Colombia per curarmi in Italia dove rimasi sette anni: i primi due a Tavernerio e gli altri 5 ad Alzano come Economo e incaricato della Pastorale. Ho collaborato con il centro vocazionale della Curia di Bergamo, un bel lavoro che mi ha portato nelle varie parrocchie del bergamasco. 

Nel 2010, il Superiore della Colombia mi ha chiesto la disponibilità di rientrare in Colombia. Così, sono tornato nella nostra parrocchia a Bogotà dove sono rimasto 12 anni. Negli ultimi anni, i cambi si sono accelerati. Nel 2022 mi hanno destinato a Medellin per quasi 2 anni, ma aspiranti missionari non ce n'erano più a causa del Covid. Poi, mi è stato chiesto di ritornare a Calì nella parrocchia di San Francesco Saverio, una delle tre chiese in cui era divisa la parrocchia agli inizi.

Quando sono partito, l'Italia era un ambiente con un certo benessere, se paragonato alla Colombia. Interessante e stimolante è stato condividere il cammino di fede e di carità con gente che aveva come primo problema la sopravvivenza. A Buenaventura, i colombiani di origine africana sono abbandonati a sé stessi. Anche la nostra parrocchia di Cali era per la maggior parte formata da questi colombiani ed era una zona un po’ depressa. 
La violenza era tanta, causata anche dalla mancanza di educazione e di condizioni di vita umanamente inaccettabili. Qui ho condiviso un cammino di fede con gente immersa nelle quotidiane difficoltà di una vita a stretto contatto con la miseria. 

La gente manifestava un coraggio e una resilienza incredibili. Ho toccato con mano la ricchezza umana e morale di tanti cristiani che mi hanno donato veramente molto. Generosità e fiducia nel Vangelo era la caratteristica di moltissimi incontri fatti laggiù. Rispetto e accoglienza hanno sempre caratterizzato l'ambiente dei nostri cristiani. 
La loro generosità, il loro attaccamento ci ricordavano costantemente che noi eravamo lì per loro e invece ricevevamo molto di più. Ed è questa la ragione che mi spinge a restare in Colombia, nonostante ci siano richieste di stare in Italia per reali necessità della nostra famiglia missionaria. Finché la salute me lo permetterà e i superiori anche, rimarrò volentieri in Colombia.



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