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La casa della speranza: A servizio dei disabili, per amore

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In lingua bengalese la chiamano “asharbari”. Significa casa della speranza e lo è realmente. È un piccolo villaggio di una decina di casette costruite da padre Grabriele Spiga, un missionario saveriano sardo che lavora in Bangladesh da 36 anni. Da tre decenni padre Gabriele si dedica all’accoglienza di persone disabili, musulmane e hindu. Insegna loro un mestiere per aiutarle a vivere dignitosamente, senza essere costrette a mendicare sulle strade. Sinceramente, asharbari è la missione che mi piace più di tutte, il posto più bello del mondo, una vera casa della speranza.

Padre Gabriele, sguardo mite e viso sempre sorridente, ha una volontà tenace e ostinata. Non sta mai fermo e sa fare mille lavori. Fa tutto, tranne il missionario tradizionale. Non fa proseliti, non battezza, non insegna catechismo. Cerca solo di vivere il vangelo dell’amore, secondo gli insegnamenti e gli esempi di Cristo. Dimostra la sua fede e testimonia il vangelo con la sua vita. Del resto, per un missionario che vive in una nazione quasi totalmente musulmana, c’è poco... da scegliere.

Gli abitanti di asharbari

Nella mia visita in Bangladesh, ho conosciuto gli ospiti della casa della speranza. Ho i loro volti impressi nella mente. Bablu, un giovane studente musulmano, è rimasto paralizzato cadendo da un albero; ha solo uno zio, che non vede mai. Raja vive su una barella con le ruote, sdraiato a pancia in giù per curare le piaghe da decubito. Era quasi laureato e sperava di fare una famiglia. È diventato paralitico quando un muro gli è caduto sulla schiena durante un ciclone.

Nirapodo è di religione hindu; cammina con le ciabatte alle mani, trascinando le gambe. È intelligente, ha un diploma in lettere e ha fatto vari concorsi per maestro di scuola, ma senza speranza. Ad asharbari è il responsabile della scuola di ripetizione ai bambini delle elementari. È sposato e ha due bellissimi bambini. Sukumar, un giovane hindu poliomielitico, si muove in carrozzina; è sposato da sette mesi e sua moglie è incinta. Anche Shodor è poliomielitico; è musulmano e ha tre figli. Ambedue si guadagnano da vivere ricamando a mano.

Il vangelo dell’amore

Bibi, una vecchietta tutta raggomitolata e sofferente a causa di un’artrosi deformante, si muove trascinandosi sulle mani piene di calli. Sorride sempre, anche se ha male dappertutto e invoca sempre Allah. Ha vissuto per anni sulla strada chiedendo l’elemosina. Padre Gabriele le ha fatto costruire una capanna e lei ha trovato il paradiso. Ora vive con un nipotino che l’aiuta. È felice, anche se da un angolo della sua capanna vede già... il cielo.

Nella casa della speranza, vivono anche alcune persone più sane, che aiutano i disabili nelle loro necessità. Tre sono musulmani: Motia e Atia, due fratelli, e Muktar, un povero musulmano che viveva spostando terra coi cestini sulla testa. Filippo e Cecilia, con i loro cinque figli, sono gli unici cristiani: preparano i pasti per chi non ha famiglia. Queste persone più sane e padre Gabriele vivono come Gesù: “non per essere serviti, ma per servire”.

Un certificato per il morto

L’anno scorso un disabile di asharbari è morto. Era musulmano, e la moglie lo ha riportato nel suo villaggio per seppellirlo secondo il rito islamico. Ma il moulana non voleva celebrare il funerale islamico per quell’uomo che aveva vissuto per anni con gli “infedeli cristiani”. Esigeva un certificato di buona condotta, cioè la prova che non si era fatto cristiano, ma era morto rimanendo fedele ad Allah e al corano.

Padre Gabriele ha rilasciato il certificato, con la firma di tutti gli ospiti della casa della speranza, ed è andato al funerale con suor Filomena.

Durante il rito, il moulana ha fatto una predica polemica contro gli occidentali, alleati di Bush e nemici dei fratelli musulmani dell’Afghanistan e dell’Iraq. A quel punto, padre Gabriele e suor Filomena si sono allontanati, con grande dispiacere della vedova che di fronte a tutti ha detto: “Ma dove eravate voi fratelli quando mio marito era malato? Non sapete che questi cristiani hanno assistito mio marito, pulendogli anche il sedere, come se fosse un loro fratello?”. Un modo per ringraziare i cristiani, che avevano aiutato suo marito senza nulla chiedere in cambio.



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