L’unità pastorale della Val Grigna
Il Beato Innocenzo di Berzo Inferiore, santa Geltrude Commensoli di Bienno e mons. Gian Battista Morandini, nunzio apostolico emerito in Siria, anche lui di Bienno, sono fonti di numerose vocazioni alla vita presbiterale, religiosa e missionaria.
Quando noi missionari torniamo in Italia, dopo molti anni di missione, tentiamo di capire, di adattarci ai nuovi cambiamenti avvenuti in questi anni. Uno dei primi atteggiamenti da assumere è di non giudicare subito, con la mia mentalità di uomo del Sud del mondo, le novità avvenute nella società, nella famiglia, nella Chiesa e nei mezzi di comunicazione.
Una piccola trasformazione è avvenuta a livello di chiesa nei paesi della natia Valcamonica, con la creazione della cosiddetta "Unità Pastorale della Val Grigna". Attualmente, esiste un parroco, don Giovanni, che coordina cinque parrocchie, coadiuvato nel ministero da altri tre presbiteri: don Giacomo, don Giuseppe e don Arturo. Questo nuovo sistema ha suscitato commenti e reazioni da parte delle popolazioni, abituate ad avere un presbitero fisso, che seguiva tutte le necessità pastorali. Ma la diminuzione di vocazioni alla vita sacerdotale ha indotto il vescovo Monari a distribuire il clero, senza penalizzare i fedeli, che non devono sentirsi abbandonati.
L’Unità Pastorale della Val Grigna, dopo alcuni mesi, è un’esperienza che sta dando i suoi frutti e anche la gente, pian piano, si sta adattando al nuovo sistema di pastorale comunitaria. Il nome “Val Grigna” prende il nome dal torrente Grigna che, alimentato dalle acque che sgorgano dalle sovrastanti montagne, tocca tutte le località appartenenti all’Unità pastorale. I paesi con le rispettive parrocchie sono cinque, distribuite dall’alto verso il basso: Prestine, Bienno, Berzo, Esine e Plemo (frazione di Esine).
La Val Grigna è popolata da gente tenace e laboriosa, dedita all’allevamento del bestiame, all’edilizia, alla lavorazione del ferro e al taglio della legna nei boschi. L’Unità Pastorale è un tentativo di organizzare le attività in modo più comunitario sia tra i presbiteri, sia tra i laici. Ma quest’ultimi andrebbero coinvolti ancora di più, lasciando loro più spazio nella liturgia, nella catechesi e nella dimensione sociale e caritativa. Insomma, ispiriamoci a una pastorale missionaria, dove i laici hanno un ruolo reale, supplendo alla mancanza del clero nelle numerose comunità, soprattutto nelle periferie e nella foresta. Perciò, la strada dell’Unità Pastorale tenta di rispondere a una lacuna da una parte e alla richiesta di una maggior inclusione dei laici nella vita di fede dall’altra.
Del resto, papa Francesco, che viene da un’altra parte del mondo e ha vissuto concretamente una pastorale missionaria (presiedeva una diocesi immensa come quella di Buenos Aires), nel documento "La gioia del vangelo" ci ricorda che: “La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. “Invito tutti a essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Un’individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli, è condannata a tradursi in mera fantasia” (EG 33).







