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Diciassette paesi africani nel 2010 celebrano il cinquantesimo dell'indipendenza. Tra essi la repubblica democratica del Congo (RD Congo). "Non c'è libertà senza dignità: noi preferiamo la povertà nella libertà, e non il benessere nella schiavitù". Così si preparavano gli stati del continente nella prima metà del secolo scorso per uscire dall'epoca coloniale.

Un trapasso per niente conciliante

Il 30 giugno 1960, giorno della proclamazione d'indipendenza, davanti all'assemblea nazionale e a Baldovino, re dei belgi, il primo ministro Patrice Lumumba fece un celebre discorso, che suscitò le ire dei colonizzatori. Invece di esprimere riconoscenza per l'indipendenza "accordata", aveva usato parole di rottura con il potere coloniale:

"Noi abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, le percosse che dovevamo subire perché eravamo neri. Nessuno può dimenticare che al nero si dava del "tu", non certo per amicizia, ma perché il "voi" onorabile era riservato ai soli bianchi. Abbiamo sperimentato che la legge non era uguale per tutti: accomodante per i bianchi, crudele e disumana per i neri...". Lo sfortunato ministro fu assassinato il 17 gennaio 1961.

Un paese ancora bloccato

Il governo congolese ha messo a disposizione una somma esorbitante per i festeggiamenti del 2010. Sembra dimenticare gli anni passati, la situazione di miseria presente e l'impegno per riappropriarsi dell'indipendenza, per una nuova partenza, per un avvenire più libero e democratico, più attento al bene comune.

Dopo il 1960, sono seguiti anni difficili. Il presidente Mobutu (1964 - 1997), dittatore appoggiato dalle grandi potenze occidentali, fa discorsi altisonanti, accompagnati da promesse ingannatrici, corruzione e arricchimenti illeciti e, soprattutto, da repressioni reiterate con migliaia di morti, rimasti impuniti.

Il Paese oggi sembra ancora bloccato nella sua condizione di società ingiusta, di politica autoritaria, di violenza persistente... Il passaggio da colonia a indipendenza non è questione di semplici proclami; è invece frutto di maturità da conquistare.

Costruttori di una cultura nuova

Nella regione di Bukavu non c'è neppure un settimanale. Alcuni "fogli d'informazione" sono fatti circolare da enti non governativi. Un gruppo di donne, ad esempio, pubblica "Le Souverain - L'Indipendenza". Rivendica la libertà di stampa: "È un diritto, e non un regalo dei politici! Per i paesi dai piedi nudi, dai ventri vuoti, senza scuole ed elettricità..., la democrazia è un cammino duro e una lotta permanente", scrive la direttrice.

L'ingiustizia è dovuta a decisioni e attività umane di gente che non cura il bene comune e che spesso si serve della "complicità tragica" di altri. Ha la sua origine nel cuore umano. Diventare costruttori di una cultura nuova è la via per realizzare il cambiamento della società: dall'immobilismo al cammino, dalla rassegnazione all'azione, dall'autoritarismo al servizio, da gente irresponsabile a persone che hanno senso di responsabilità. La mente umana si rinnova camminando.

A servizio della pace

Credo nella vitalità della popolazione congolese. L'ha dimostrata tante volte in passato. Nonostante le guerre abbiano distrutto il cammino della sua crescita, nel 2006 il popolo ha partecipato in massa e ha esultato per le prime elezioni democratiche.

Dopo l'assassinio di don Daniel Cizimya e suor Denise Kahambu (6 e 7 dicembre 2009), la chiesa di Bukavu ha organizzato un pellegrinaggio fino a Kabare, luogo dell'uccisione. Con l'arcivescovo in prima fila, tremila fedeli, sessanta sacerdoti e tante suore hanno marciato per cinque chilometri. Lungo il tragitto sono stati esposti cartelloni con appelli alla pace e al rispetto della vita: "Non accettiamo più di morire come insetti"; "La regione del Kivu gronda sangue. Smettete di versarlo!";

"Con il Papa invochiamo la fine delle atrocità in Congo!"...

Scriveva il martire Oscar Romero: "Piantiamo le sementi che germoglieranno un giorno, le innaffiamo quando sono coperte di terra, sapendo che esse contengono una promessa d'avvenire".



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